The wall of kindness: regalare i cappotti fa spettacolo buonista della solidarietà, e va bene così

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Lo avevano chiamato “cappotto sospeso”, un’iniziativa partita dallo Studio Didattica dell’Arte a Cervignano del Friuli, e la cittadina della bassa friulana era assurta agli onori della cronaca nazionale. Ad onor del vero, l’idea era già stata messa in atto e veicolata in altri luoghi (ad esempio a Monza, su spinta dell’associazione Salvagente) e anche qui ripresa da iniziative nate all’estero, praticamente in tutto il mondo. In sostanza, si tratta di lasciare dei cappotti, verosimilmente usati, appesi agli alberi in modo che chi ha bisogno di indumenti pesanti possa prenderli liberamente. Le idee circolano liberamente, ancora e più o meno, e ora è la Svezia a ritagliarsi uno spazio, questa volta appoggiandosi ad un muro: la scelta è doppiamente significativa, vuoi perché il muro, come concetto di natura ambivalente, può ottenere una rivincita di positività diventando, per una volta, un wall of kindness.

La cronaca ci racconta che si tratta, in questo caso, dell’iniziativa di un’agenzia immobiliare, di Uppsala per la precisione, dal che si spiega l’utilizzo del muro anziché degli alberi, modo insomma di unire l’utile al caritatevole. Ma questo wall of kindness solleva riflessioni ad ampio spettro. Da un punto di vista storico, ma anche archetipico, il muro è qualcosa che nasce come protezione: protezione netta, però, incontrovertibile, a partire da Troia attraverso le epoche finché gli assedi furono un metodo usuale di portare guerra: su, su, fino alla Linea Maginot, se vogliamo. Convivendo, in questa accezione bellica, con quella familiare, le mura domestiche come protezione sociale, come nido, contraltare della limitatezza della visione del chiudersi tra quattro mura.

Prendi un cappotto se hai freddo, lascia un cappotto se non lo usi più: questo lo slogan che si può leggere sul wall of kindness svedese. Decisamente, il muro aveva bisogno di rifarsi l’immagine, entrato nell’universo delle icone della separazione violenta a partire, presumibilmente dal Muro di Berlino e adesso consolidata in Ungheria, tra gli USA ed il Messico da Donald Trump – e trascuriamo del tutto l’approfondimento psicologico individuale (il muro come metafora dell’incomunicabilità) e quello artistico, a partire dalla letteratura che vede i muri protagonisti da La musica del caso a Costruendo il muro.

Rappresentazione…

Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini – Frida Khalo

Muro come confine: geopolitico ma anche sociale. Soprattutto sociale, visto che abbondando gli esempi di muri che dividono ricchi e diseredati, quartieri ricchi e favelas, come nella più brillante delle distopie- la distopia che stiamo vivendo, in effetti. Ben vengano quindi iniziative che riportino l’attenzione sulla necessità di restare umani, sull’empatia, anche spettacolarizzando e magari strumentalizzando un po’, facendo pubblicità alla propria agenzia immobiliare: il fine, in questo caso, giustifica il mezzo. La situazione è tragica e complessa, ed ogni mezzo è lecito non solo per risvegliare le coscienze, ma per ricrearle da zero. Il coprotagonista, in questa piccola storia in fondo che è il wall of kindness, svedese o meno che sia, è il cappotto: altro oggetto dal sapore metaforico, icona della carità nelle sue declinazioni, ma anche della cavalleria maschile defunta.

…e realtà

Qual è il valore del donare vestiti? Dobby è un elfo libero grazie ad un indumento donato: libertà, dignità, ma anche, ovviamente, pura e semplice sopravvivenza: 5 clochard morti a Roma da inizio anno, 9 da fine novembre, oppure uno ogni tre giorni. L’aspetto interessante delle statistiche sui barboni morti di freddo (la libertà inizia chiamando le cose col loro nome: barboni, senzatetto, morti di freddo) è la loro inesistenza: i dati si trovano così, sbocconcellati, e possiamo solo immaginare la loro vastità.

Il wall of kindness è un’iniziativa buonista? Probabile: di certo togliere le panchine dai parchi, chiudere le stazioni, riempire di spuntoni gli androni sono iniziative cattiviste che in qualche modo vanno fronteggiate e osteggiate, allo stesso modo in cui vanno abbattuti i muri di Rio de Janeiro e Lima, simboli di divisione e di quella mentalità perversa che ci sta portando a combattere i poveri anziché la povertà.

A buttare nel cassonetto le coperte ad un barbone, in pieno inverno, nella mitteleuropea Trieste.

Dobbiamo fronteggiare questo ed altri atti. E poi dobbiamo anche leggere i commenti rivoltanti degli haters, confidando solo in qualche antiemetico.

Another brick in the wall of kindness, please.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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