I grandi saggi – Meglio non essere mai nati, il dolore di venire al mondo secondo David Benatar

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Un altro giorno lungo il quale strisciare, tale il motto con cui apriamo le nostre pene quotidiane. Ergo, il concetto in sé, ci confà: la vita è sempre una fonte di dolore, ed il bene eventuale che essa può (ma non è detto) contenere non è mai sufficiente a giustificare la pena di un’intera esistenza. Quindi, venire al mondo è un male, sempre, e pertanto sarebbe stato meglio non essere mai nati. Quello che non ci confà, in Meglio non essere mai nati, saggio del filosofo nichilista sudafricano David Benatar edito in Italia da Carbonio editore, è il modo, la larvata pretesa di originalità e la ripetitività da talk show che il libro dispiega in quasi 300 pagine.

Larvata perché è pur vero che Benatar cita (giustamente) Schopenhauer e altri, ma più per un’evocazione del principio di autorità che in una vera e propria citazione di fonti, laddove invece va detto a chiare lettere che il concetto è tutt’altro che originale: senza particolari sforzi sono reperibili sul web citazioni del poeta Teognide, 570 a.C. circa, che attestano il male di venire al mondo. Per non parlare del male di vivere di Eugenio Montale, di Sofocle, del pessimismo cosmico Leopardiano, della convinzione di George Bailey che sarebbe stato meglio per lui non essere nato (salvo poi concludere che La vita è meravigliosa), di Arthur Schopenhauer e financo di un signore di nome Emil Cioran, autore di L’inconveniente di essere nati, di cui sull’argomento è davvero difficile non tener conto. Il tema, nella versione sovrapopolazione/denatalità, è affrontato perfino da Dan Brown in Inferno, ed anzi ne costituisce l’asse portante, sotto forma delle idee di Bernard Zobrist, scienziato pazzo ma non troppo.

Transeat, vediamo bene, soprattutto grazie a media e politica, che viviamo in un’epoca in cui attribuirsi, come i cuculi, il merito del lavoro altrui, è considerata una virtù anziché una pecca. Ciò che rende Meglio non essere mai nati – Il dolore di venire al mondo di difficile lettura non è una assai relativa complessità concettuale, né sintattica (la scrittura di Benatar è abbastanza semplice, e a tratti anche semplicistica), bensì la ripetitività: «Sosterrò qui che si può pensare che venire al mondo sia sempre un male senza pensare che continuare a esistere sia sempre peggio che morire», scrive Benatar in una delle purtroppo numerosissime prolusioni ai suoi ragionamenti (altro difetto endemico del saggio, le dichiarazioni di intenti programmaticamente sbandierati ad ogni inizio di paragrafo ed in maniera esondante a volte rispetto al testo in sé: just do it, please).

Quello che a tratti, nonostante la seriosità e ponderosità di Benatar, rende Meglio non essere mai nati quasi ridicolo è il tentativo di dimostrazione di questi concetti, che inevitabilmente da un lato sfocia nell’asserzione incontrovertibile di quelle che sono in fondo semplici opinioni, dall’altra in schemini grafici che ricordano tanto l’emerito professor Prichard ed il suo Che cos’è la poesia; anche qui, tra una ripetizione, una dichiarazione d’intenti e una dimostrazione che non dimostra, il senso rimane sulla soglia, come un personaggio kafkiano.

Meglio non essere mai nati è peraltro zeppo di spunti interessanti: la denatalità, appunto, basata sull’assunto che il numero ideale di esseri senzienti (anche gli animali, quindi) al mondo è zero; e l’antinatalismo, che ne è l’aspetto complementare, l’asimmetria intrinseca della vita relativamente a bene e male, teorie edonistiche, del soddisfacimento dei desideri e dell’elenco obiettivo; tra una cosa e l’altra, però, Benatar, guidato forse dall’esigenza di dar volume ad un’idea tanto forte nell’essenza quanto esile nella forma, amplia il ragionamento con un capitolo sull’aborto di cui non si sente l’esigenza.

Morte e suicidio, punti di vista religiosi, estinzione, misantropia e filantropia sono temi e capitoli che potrebbero trovare compiuta ed esaustiva, ancorché assai meno efficace di un ragionamento puramente filosofico (o meglio ancora poetico), e non già di stampo scientifico/sociologico forzatamente assiomatico.

Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male
.

D’altronde, Benatar è ben conscio che le sue tesi sono destinate a suscitare polemiche, venendo contrastate da tutti i positivisti/ottimisti; tanto ne è conscio, che il suo lavoro più recente, del 2012, si intitola Il secondo sessismo: discriminazione contro gli uomini e i ragazzi. Per onestà intellettuale, ammettiamo di non conoscere a sufficienza l’opera omnia di Benatar per dare per scientifica l’impressione che ci restituisce di essere un sollevatore di polemiche professionale.

Così, Meglio non essere mai nati, nonostante la nostra adesione intellettuale di fondo, è più efficace quando cita e commenta che quando teorizza cercando di dimostrare l’indimostrabile assoluto; ma la vita, come spiega Meglio non essere mai nati, è già abbastanza difficile: come Fusaro insegna, viverla da filosofo mitiga almeno in parte il suo male.

Potete considerare la vita come un episodio inconcludente,

che turba la beata calma della non esistenza – Arthur Schopenhauer

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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