Lezioni d’Arte – L’effervescente Mario Schifano: tutto, tanto, troppo

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Schifano
Mario Schifano

Nel fervente periodo degli anni ’60 in Italia, come nel resto del mondo, si assiste ad un vero e proprio boom rivoluzionario in ogni ambito. L’eccesso diventa uno stile di vita e la libertà esprime la gioia del dopoguerra, quella voglia di ripresa e di mettere l’uomo al centro del mondo. Lo sanno bene gli artisti delle neoavanguardie che cavalcano l’onda della rivoluzione creativa senza alcuna paura di sperimentare e di spingersi oltre. Se l’America aveva la pop-star artistica Andy Warhol a Roma c’era Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998) l’equivalente italiano. Arte e vita si fondono, diventano una cosa sola nell’infinita narrazione per immagini del mondo contemporaneo.

Un dandy romano Schifano dal capello lungo, giacca di pelle e stivali a punta, instancabile, inafferrabile, inaffidabile e coinvolgente. Era tutto, tanto e troppo insieme. Proprio come la sua primissima mostra romana intitolata Tutto, espressione perfetta del vortice artistico e personale che aveva dentro.

Schifano si interroga sul ruolo dell’arte, dopo la caduta di ogni certezza, sui mezzi espressivi. Riconosce l’importanza della comunicazione e della rielaborazione delle immagini in un momento storico in cui il mondo digitalizzato di oggi era impensabile. Considerava la pittura morta, insufficiente, eppure non l’abbandonò mai. Si rese conto che bisognava azzerare le immagini e ricominciare da zero come se non si fosse mai dipinto prima. Al disegno preferiva la fotografia e le immagini della cultura di strada: insegne, scritte pubblicitarie, scatti della polaroid.

Vela, 1996

L’ambiente romano di quegli anni era il set della Dolce Vita, un mondo di borghesi che coinvolgeva gli artisti, di belle donne, di droga e di feste sui meravigliosi terrazzi di Piazza di Spagna e Navona. L’eccesso di ricchezza, potere e libertà era una linfa vitale per Schifano, ispirato dal mondo moderno e dalla sua vita divisa fra Roma e New York. Parte dai monocromi, opere a forma di schermo composti da un solo colore, vibrante ed espressivo, opere pop in cui il pennello è libero e si muove spinto dalla frenesia e dall’energia del suo artista. Una fase fresca e feconda per Mario Schifano che decide di usare materiali nuovi, come la plastica, e colori forti tendenti al fluorescente. Si ispira ad idee e immagini altrui per centrifugare poi tutto nel proprio mondo interiore con il linguaggio del cinema, della tv, della pubblicità e della strada.

La sua personale rivisitazione del futurismo anticipa l’universo moderno del ventunesimo secolo.

È la vita che ispira le sue opere, oggetti quotidiani, esperienze comuni che prese di getto vengono riportate sulla tela e quasi deformate con i suoi colori vivaci e il suo stile moderno. Riesce a rendere pop immagini del passato rielaborandole con materiali e forme innovative, usa la bomboletta spray prima della street art, i collage, gli stencil, le scritte delle insegne.

Schifano
Mare, 1978

Immagini frammentate prese da diverse realtà che ci immergono nel suo mondo, un viaggio onirico nella fantasia della sua eccentrica personalità.

Ha raccontato con un linguaggio semplice di artista libero quello che era il suo Paese, la sua condizione, le potenzialità e la modernità. Non si è mai fermato perché aveva sempre tanto da captare e raccontare come un uomo in corsa che non bada all’obiettivo del traguardo ma si gode il viaggio guardandosi intorno.

Schifano era molto veloce, senza ripensamenti. Era pericolosa quella felicità di esecuzione, ti dava l’illusione che anche tu avresti potuto esprimerti così semplicemente. 

Monica De Bei Schifano

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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