I Grandi Classici – “Winnie the Pooh”, più dell’amor cortese e carnale è forte l’amor di un orso. Di pezza

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Winnie the Pooh

«Se tu vivrai cento anni, io spero di viverne cento meno un giorno, così non dovrò mai vivere senza di te». Come spesso accade, iniziamo a parlare di un Grande Classico con una citazione dal romanticismo estremo, che ben evidenzia l’intensità dei sentimenti che vi sono rappresentati, tanto da poter essere considerata una delle opere principali sul tema plurimillenario dell’Amore, accanto ai sonetti e le tragedie di Shakespeare ed ai carmi di Catullo. Stiamo parlando, ovviamente, di Winnie the Pooh (pubblicato il 14 ottobre 1926) dello straordinario genio di A. A. Milne, al secolo Alan Alexander Milne (Kilburn, 18 gennaio 1889 – Hartfield, 31 gennaio 1956), considerato dalla moltitudine dei più che sono zombie anestetizzati e disumani, uno scrittore ed un libro, per bambini (detto con sussiego e malcelato disprezzo: il che, peraltro, illustra in parte la reale visione del bambino nella società contemporanea, piccolo consumatore da allevare in  batteria).

Personalmente, utilizzo soprattutto un altro capolavoro della letteratura fraintesa, per questioni di agilità, ossia L’Albero di Shel Silverstein. L’idea è semplice e aderente alla filosofia di Schopenhauer sugli animali: la commozione è intimamente connessa alla bontà d’animo, per cui, se pur non sia vero che chi si commuove sia automaticamente d’animo buono, è altresì vero che chi non si commuove fino alle lacrime alla lettura de L’albero non può essere d’animo buono.

Milne col figlio, Christopher Robin, e Pooh

Lo stesso vale per Winnie the Pooh, solo che questo è un libro vero e proprio, mentre il capolavoro di Silverstein è un libello e perciò più adatto agli analfabeti funzionali di tutte le età: vera e propria cartina di tornasole, è possibile misurare la pena che val mettere nel rapporto con una persona, grande o piccola, dalla reazione quando riceve in regalo uno o l’altra di queste opere.

La storia di Winnie Pooh è nota: si narrano nel libro le avventure di un bambino, Christopher Robin, in un luogo magico chiamato Il Bosco dei Cento Acri, assieme ad un gruppo di amici, rigorosamente di pezza: l’asino nichilista Ih-Oh, il nevrotico maialino Pimpi, l’esuberante Tigro, la mamma canguro Kanga col piccolo Ro, il burbero coniglio Tappo, il gufo Uffa, soggetto borderline tra saggezza e cialtronaggine, il castoro De Castor. Il miglior amico di Christopher Robin è però Winnie Pooh, o più semplicemente Pooh (anche se alcune grafie sono ancora diverse, come Puh o Winnie-the-Pooh), un orsacchiotto giallo, ghiotto di miele, perdutamente innamorato del suo amico umano e intrinsecamente incapace del pur minimo pensiero negativo. La genesi è semplice: Milne prese spunto dalle storie della buonanotte al figlio, Christopher Robin appunto, e dai giocattoli di peluche di quest’ultimo (mentre per i disegni originali di Ernest H. Shepard il disegnatore si ispirò ai propri): il risultato fu un grandissimo successo di pubblico e critica, poi venne Disney e Pooh divenne un’icona mondiale.

Le storie, poi, hanno relativamente poca importanza: sono le avventure, rigorosamente immaginarie, di un bambino di età abbondantemente preadolescenziale e del suo orso di pezza in un luogo immaginario, ché anche se reale il Bosco dei Cento Acri è ammantato di tale magia, ed ingigantito dalla prospettiva lenticolare e dal basso tipica dei bambini, che è comunque un posto fiabesco: possiamo immaginare che i Cento Acri del bosco possano essere pochi metri quadri di giardino con qualche arbusto, qualche alberello al massimo, dove viaggiare per giorni e vivere esperienze fantastiche coi propri migliori amici, quelli che non si dimenticheranno mai.

Un gigantesco Winnie the Pooh a Disneyland Paris

Avventure, bosco, amici di pezza, tutte cose per bambini, indubbiamente: perché Winnie Pooh, che oggi viene tranquillamente sbeffeggiato e usato come icona del sempliciottismo ottuso, agli adulti fa paura. L’occhio di un adulto, in linea di massima, non sa come maneggiare la limpidezza dello sguardo interiore di un Pooh, che prova, ricambiato, la forma più alta e pura di amore, quello che solo gli animali e i bambini sanno offrire e dare senza tornaconto alcuno. È lo stesso motivo per cui così tante persone godono nel praticare crudeltà sugli animali: non essendo all’altezza del bene incondizionato, aprioristico e autolesionistico che sono in grado di offrire, si accaniscono su di loro. Lo abbiamo visto, tra le altre cose in Fight Club: Tyler Durden che massacra Angel Face perché «volevo distruggere qualcosa di bello» non completa «perché mi fa sentire inferiore e mi spaventa». Dante pone nel nono ed ultimo cerchio dell’Inferno i traditori di chi si fida, e tale dovrebbe essere la fine di coloro i quali spengono il sorriso e la fiducia di animali e bambini, con questi ultimi comunque che vivono una felicità a tempo destinata ad essere fiaccata dall’abbraccio di Crono.

Ma, bambini e bambine state attenti al Mago di Oz (altra opera sottostimata dagli adulti): ma state attenti anche a Wikipedia per tutto quello che non sono dati tecnici/biografici: «…sebbene i libri di Milne siano certamente più spensierati dei romanzi di Alice in Wonderland». Nonostante la genesi familiare di Winnie the Pooh, come non vedere che il tema fondamentale è la solitudine dell’infanzia? Solitudine a prescindere, endemica, profonda, residente, incancellabile: come in Alice, ma anche i Peter Pan e soprattutto nei Peanuts gli adulti non esistono, sono uno sfondo al massimo, le mamme esseri mitologici, pirati e trichechi crudeli, o semplicemente assenti, voci che nemmeno si sentono, dialoghi in forma di monologo. Nel bosco dei Cento Acri si cresce da soli, completamente, e già questo ci basta per farci sorridere della presunta spensieratezza di Winnie Pooh. Ma certo, gli adulti vedono in Christopher Robin un bambino spensierato, e Pooh “solo” un orso di pezza – e nel coniglio da muso nero, un futuro spezzatino alla cacciatora.

Poco convinti? Autore di romanzi, anche gialli, racconti umoristici e pièce teatrali prima di approdare a Pooh, Milne vide tramontare il proprio ruolo di scrittore “normale” proprio in conseguenza del successo dei suoi libri per ragazzi. Il messaggio di Pooh è troppo difficile da maneggiare: Jack Kerouac scrisse «E non sapete che Dio è Winnie Pooh?», ma certamente Dio non ama in maniera così incondizionata, con tale dedizione e devozione.

Più puro dell’amor cortese e cavalleresco, certamente molto di più di quello di e per Lesbia: al 99,9% non sarete mai amati come da un orsacchiotto giallo di pezza che vi dice: «Arrivi giusto in tempo per il momento più bello della giornata: quello in cui tu e io diventiamo “noi”».

E quindi, non vi resta (ci resta) che dire, picchiandoci leggermente il testone, «Oh, Rabbia!».

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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