“Don Chisciotte”, la più riuscita fuga dalla realtà dell’uomo cosciente

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Or sono 414 anni che l’ingegnoso hidalgo Miguel de Cervantes Saavedra vide l’uscita dalla stamperia del proprio romanzo più ambizioso: anzi, del proprio unico romanzo; anzi, dell’unico romanzo fino a quel momento, perché proprio con la pubblicazione di El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, aka Don Chisciotte nasce convenzionalmente il romanzo moderno.

I dati relativi alla sua diffusione sono impressionanti, essendo sino ad ora stato tradotto in più di 50 lingue e letto, si suppone da oltre 500 milioni di persone: quantomeno, si suppone che 500 milioni di persone abbiano asserito di averlo letto, essendo Don Chisciotte assimilabile a Moby Dick, all’Ulisse di Joyce e al Nome della Rosa, ossia una lettura che nessuno osa ammettere di non essere riuscito a portare in doppia cifra, oltre pagina 9 cioè.

Nondimeno, come i colleghi sopra citati (a parte l’Ulisse, non riducibile a film), ben più di 500 milioni di persone sono pronte a giurare, qualcuna anche credendoci davvero, di conoscere quantomeno il personaggio, grazie ad una infinita serie di riduzioni cinematografiche, teatrali, fumettistiche, musicali, pittoriche, grafiche, parodie, citazioni e quant’altro; e in effetti, Alonso Chisciano (o Don Chisciotte) e Sancho Panza, sono tra i più celebrati personaggi della letteratura di tutti i tempi.

Il perché non è propriamente presto detto, ma non è difficile da capire: risiede innanzitutto nel tono, che essendo una parodia del genere cavalleresco/picaresco viaggia costantemente su toni comici: si sa, chi assiste alle disavventure del cavaliere male in arnese don Chisciotte è giocoforza invogliato al riso, e ben difficilmente pensa di vedere una parodia di alcuni aspetti del se stesso più nascosto. La trama di don Chisciotte è, per i motivi su esposti, notevolmente nota, almeno a grandi linee e per gli episodi più noti ed eclatanti, tanto che ben sappiamo come quello più celebre in assoluto sia diventato paradigmatico ed usato per antonomasia ad indicare una lotta assurda e persona in partenza, ossia «lottare contro i mulini a vento».

Da qui, la necessità di leggere per davvero il Don Chisciotte: perché questo uomo sulla cinquantina, apparentemente senza pregi o pecche particolari, morbosamente appassionato di romanzi cavallereschi, finisce per sostituire la realtà con la fantasia, diventando così il primo alienato della letteratura moderna. Ecco che Don Chisciotte elegge a suo scudiero un contadino del posto, Sancho Panza, nonché a propria dama una contadina piuttosto generosa con le proprie grazie che trasfigura in una nobildonna, Dulcinea del Toboso, cui desidera dedicare le proprie imprese ardimentose. Purtroppo, la Spagna dell’epoca non era in grado di fornire terreno fertile a grandi azioni cavalleresche, né Alonso Chisciano sarebbe comunque in grado di compierle: ecco però che Don Chisciotte lotta contro i mulini a vento credendoli dei giganti, contro greggi di pecore scambiate per eserciti di Mori e via discorrendo.

Vale a dire, inizia a vivere l’esistenza media dell’uomo moderno, incatenato a modelli di comportamenti fittizi ed illusori (neppure il modello del cavaliere romanzesco è mai esistito realmente, proprio come non esiste il cavaliere errante Don Chisciotte), con piccoli eventi portati all’estrema esaltazione sullo stile dell’impiegato medio che esalta il ricordo del grande disastro del carrello da tè del ’56. Come per tutti noi quotidianamente, quella di Don Chisciotte è una vera e propria fuga dalla realtà, quella esterna oggettiva e contingente. Ma anche quella interiore e soggettiva di Pirandello e Kafka tra gli altri, ma Cervantes è alla base di ogni disagio esistenziale nel tentare di fronteggiare una realtà insopportabilmente sordida: tifosi convinti di essere parte dei successi dei campioni, elaboratori di meme convinti di essere artisti, imbrattapagine di Facebook certi che le loro opinioni abbiano una valenza politica e giudicante, prostitute certe di essere soubrette, tronisti convinti di essere attori, attori convinti di essere sociologi, sociologi convinti di essere divi, filosofi d’accatto convinti di essere un incrocio tra Chomsky e Bauman, manichini del Coin convinti di essere Fabio Volo, Fabio Volo convinto, giocatori tristi che non hanno vinto mai convinti di essere Facchetti e Scirea – tutti costoro ed altri ancora, maschere che non sanno di esserlo, gettate in una folle corsa al fare purchessia, all’unico scopo di non pensare, a darsi illusioni per vivere, per non vedere che quello che vogliamo a tutti i costi essere un grande amore (alla Cyrano de Bergerac) non è poi bello come vorremmo, se addirittura non è un mero divisionismo di bollette e mutui.

Don Chisciotte, la più riuscita fuga dalla realtà dell'uomo coscienteNon ci stupisce che una delle essenze, dei distillati più intensi del Don Chisciotte, sia la grafica essenziale fattane dal genio di Pablo Picasso; non ci meraviglia affatto che una delle sintesi più mirabili del rapporto di Don Chisciotte col mondo sia il verso di Roberto Vecchioni «niente ha più realtà del sogno». D’altronde, se pure il disagio dell’hidalgo è esistenziale, Don Chisciotte si pone al nadir (o allo zenith, a seconda di come si voglia vederla) di Sartre (e comunque lo anticipa, di qualcosa come quasi 330 anni), giacché la reazione alla nausea è una reazione veemente, in direzione ostinata e contraria: c’è bisogno soprattutto/di uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto, sintetizzava mirabilmente Francesco Guccini. Don Chisciotte, solo e da solo, realizza l’ambizione di tutti i letterati, poeti, artisti e siddarthi di tutti i tempi e latitudini: raggiunta la piena consapevolezza, opera una perfettamente compiuta fuga da sé e felicemente vive senza sapere di esserci (e se notate somiglianze con Gurdulù, buon per voi).

Insomma, Don Chisciotte è l’eroe assoluto, non fa poesia ma è poesia egli stesso: e se «nessuno legge più poesia, non è un buon motivo per non scriverne»; per quanto, come diceva Bertolt Brecht, sventurata la terra che ha bisogno di eroi.

La Terra, avrebbe sempre più bisogno di eroi: ma i Don Chisciotte appaiono estinti quanto i Dodo.

Motivo in più per leggere Cervantes, davvero.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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