Via col vento: ottant’anni e Domani è un altro giorno

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Gone with the wind (1936), il libro di Margaret Mitchell, prende avvio con  le seguenti parole:

C’era una terra di cavalieri e campi di cotone chiamata il Vecchio Sud… Qui, in questo bel mondo, la galanteria fece il suo ultimo inchino… Qui per l’ultima volta furono visti i cavalieri e le loro dame, il padrone e lo schiavo. Cercatelo soltanto nei libri, perché non è altro che il ricordo di un sogno, una civiltà andata via col vento…

Gerald O’Hara: “Oseresti dire, miss Rossella O’Hara che la terra non conta nulla per te? Ma se è la sola cosa per cui valga la pena di lavorare, di lottare, di morire. Perché è la sola cosa che duri!”

Per chiunque abbia visto la pellicola di Victor Fleming del 1939, il prologo è il dipanarsi di tende immaginarie che entrano in una radura e, dopo essersi soffermate brevemente sui riflessi delle luci concentrate intorno a un albero, piombano su una casa immersa nella radura. Lì, in un caldo non soffocante, come nascosta nel suo etereo antro magico, sugli scalini bianchi è seduta una figura bruna, che armata di una vivacità diacronisticamente inconsueta culiminante in un per dindirindina costante di carattere, attira a sè, come una fattura in carne ed ossa, due giovani dalle chiome fulve.

I capelli bruni su una pelle porcellanosa e la combinazione vincente di una crinolina bianca agghindata magistralmente con una tonalità di verde tengono in pugno la gioventù eccitata, in un quadro che trasuda autonomamente implicita vitalità.

Rossella: Ditelo che mi amate… Ashley: Va bene, ve lo dirò. Amo così il vostro coraggio e la vostra tenacia. Le amo tanto che un momento fa stavo per dimenticare la migliore delle mogli. Ma no, no Rossella, non la dimenticherò!

Quello che però conta maggiormente, in realtà, supera la bellezza esteriore, e torna a racchiudersi nell’unico pensiero fisso di chi la scena la sta dirigendo: Rossella pensa ad un pomeriggio estivo vicino, al calore delle Dodici Querce che ospiteranno un ballo in cui presenzierà certamente un giovane, di nome Ashley Wilkes. Lesley Howard impersonifica un animo quieto, il cui solo nome pronunciato ad alta voce evoca l’epiteto corrispondente a una vena di dolcezza commistionata alla giusta serietà, una combinazione di nostalgica malinconia e fervida ragionata pacatezza. Il conflitto tra Nord e Sud si esplica animatamente bene nelle parole iniziali pronunciate dal figlio di John Wilkes:

Quasi tutte le miserie del mondo sono causate dalle guerre. E quando le guerre sono finite, nessuno sa più perché sono scoppiate (Ashley Wilkes)

Se non fossi una signora quante gliene direi a quella canaglia! (Rossella)

Rossella O’Hara, magistralmente resa eccentricamente viva da una Vivian Leigh nel fiore degli anni, è quasi agli antipodi caratteriali: in lei la giovinezza splende testarda e fiera, e analogamente alle Veneri dipinte nel passatto espone gagliardamente la propria bellezza. Si tratta di uno spleen poco confuso, nulla a che vedere con il candore virtuoso tipico delle altre dame perennemente preoccupate di apparire in eccesso, e sempre pronte a sussurrare una nelle orecchie dell’altra: «Gli uomini corteggiano le ragazze come lei ma non le sposano». In verità, l’eroina di Via col vento ha le idee perfettamente chiare: l’apparenza è importante e un ottimo filtro per le apparenze, ma gli obiettivi sono ben nitidi e prendono forma di volta in volta, di capitolo in capitolo, celandosi abilmente dietro il nero di un abito fintamente portato a lutto e dichiarandosi quasi apertamente nell’esuberanza delle sensuali vesti purpuree della vestaglia che sale le scale avviandosi verso l’epilogo della storia.

«Voi non siete un gentiluomo!
Voi non siete una signora! Oh, non è un titolo di demerito… le signore non mi sono mai piaciute!»

Dialogo tra Rossella e Rhett

Rossella: Rhett! Rhett! Rhett! Rhett! Se te ne vai che sarà di me? Che farò? Rhett: Francamente, me ne infischio.

Quello che rimane estremamente vivo, e che parzialmente accomuna per un tratto Rossella a Rhett Butler (reso autenticamente da Clark Gable nel suo non avere bisogno di una reputazione) è la costanza di una determinazione a sopravvivere, a imporre la propria presenza ed essenza sempre e comunque. Entrambi forgiano il mondo a prescindere dalla condizione oggettiva e temporale, in un tentativo perpetuo di adattamento che insegue il copione di un mondo impazzito in preda alla guerra: una pièce confusa che si trascina dietro i protagonisti senza conoscere l’ultimo atto del melodramma.

Tutto cambia, si crea e si distrugge in continuazione: nel 1864, un fuoco distrugge Atlanta e archivia la scena in una subbugliante fuga di una zia coi suoi sali e subito dopo l’immagine si ricrea su un agognato ritorno verso quella casa fanciullesca chiamata Tara che poi, nei fatti, si rivela essere la personificazione di un fantasma. Per sopravvivere, occorre aggrapparsi saldamente ai fili della trama, avvinghiarsi alle radici della terra del Sud, e giurare a se stessi o al cielo davanti a Dio di non abbandonare la storia, di riprendersela in mano e di personificarla, proseguendo Via col vento perchè dopotutto domani è, e sempre sarà, un altro giorno.

Ma di una cosa sono certo: che vi amo, Rossella. A dispetto vostro e mio, e a dispetto dello stupido mondo che ci crolla intorno, vi amo. Perché siamo uguali, gentaglia tutti e due, egoisti e scaltri, ma capaci di guardare le cose in faccia e chiamarle con il loro nome (Rhett a Rossella)

1940, Notte degli Oscar

Nel 1940, Via col vento si aggiudicò dieci Premi Oscar, tra cui miglior attrice protagonista Vivian Leigh e, per la prima volta nella storia del cinema, un Oscar (miglior attrice non protagonista) andò a una donna afroamericana, ovvero alla celebre Mami Hattie McDaniel. Inoltre, Victor Fleming si assicurò un capolavoro che, a livello di incassi, per anni rimase imbattuto. Ciò che rende ancor’oggi immortale una pellicola, ritraente le parole di un libro intramontabile come l’albero su cui si apre e chiude il ricordo di un capolavoro, è che, nonostante le circostanze e la drammaticità degli eventi, a fronte di qualsiasi evenienza positiva e negativa, si deve sempre essere pronti a sussurrare a se stessi «francamente me ne infischio!»

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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