Segantini: dove l’amore del vero e la suggestione del simbolo si incontrano

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Giovanni Segantini nasce il 15 gennaio 1858 nell’allora piccola cittadina austriaca di Arco (oggi in Trentino), figlio del venditore di strada Agostino Segantini e di Margherite de Girardi: rimasto orfano di madre all’età di sette anni, si trasferisce a Milano dalla sorellastra Irene. Gli anni milanesi furono irrequieti per il giovane Segantini che, nel 1870 venne rinchiuso in riformatorio. Nel 1873 la sua custodia fu affidata al fratello Napoleone che viveva a Borgo Valsugana e gestiva un laboratorio di fotografia. Qui da garzone Segantini poté affinare la sua sensibilità artistica, scoprendo la pittura. Tornò allora a Milano per frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Brera, seguì le lezioni di Giuseppe Bertini e diventò apprendista nella bottega del decoratore Luigi Tettamanzi.

L’Angelo della Vita, 1894

Le sue prime opere, fortemente permeate dal verismo lombardo, iniziarono ad essere apprezzate: durante l’Esposizione Nazionale di Brera del 1879 si accorsero di lui i fratelli Vittore ed Alberto Grubicy. Soprattutto il primo, pittore e mercante d’arte, divenne una presenza importante nella vita di Giovanni Segantini. In questo periodo conobbe Luigia Bugatti e con lei si trasferì a Pusiano in Brianza alla ricerca di sempre nuovi paesaggi. Si spostarono a Pusiano, poi a Carella e a Cornano, sotto la costante protezione dei Grubicy. La vita rurale, con i suoi pastori e i suoi paesaggi, gli consentì di staccarsi dall’impostazione accademica ed indagare un mondo semplice attraverso una tecnica sempre più personale che sfocerà poi nel Divisionismo.

Nel 1883 il pittore sottoscrisse un contratto che lo legava in modo definitivo a Grubicy. All’Esposizione internazionale di Amsterdam ottenne la medaglia d’oro per la prima versione del dipinto Ave Maria a trasbordo. Nel 1885 realizzava Alla stanga, suo capolavoro indiscusso, acquistato nel 1888 dal Governo italiano per la somma di Lire 18.000. Conquistata la fama, nel 1886 Giovanni Segantini si stabilì a Savognino, un villaggio delle Alpi grigionesi, a 1213 metri d’altezza, con i quattro figli avuti da Luigia. L’adesione al Divisionismo era ormai completa e le sue opere ottennero sempre più riconoscimenti alle grandi esposizioni di Londra e Parigi.

In questi anni, forte del successo della critica, entrò in contatto con gli artisti dei movimenti più avanguardisti del momento, che lo avvicinano alle tematiche simboliste. Nel 1894 si ritirò in Engandina: le montagne incontaminate assorbirono la sua ricerca artistica portandolo ad un misticismo sempre più profondo che troverà nel Simbolismo la sua chiave espressiva. In questi anni dipinse Le cattive madri, L’Angelo della Vita e L’Amore alla fonte della vita. I suoi quadri si popolavano ora di allegorie, una vena fortemente mistica pervase la natura che diventò lo specchio di una profonda meditazione. Nel settembre del 1899 i 2.700 metri dello Schafberg sembravano essere l’ispirazione perfetta per il Trittico della Natura, grande progetto, mai ultimato, per il padiglione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Qui, il 28 settembre 1899 un violento attacco di peritonite lo stroncò a solo 41 anni.

Vanità, 1897

Fin dai suoi primi lavori, il suo non è un naturalismo allo stato puro, i suoi paesaggi si caricano di significati allusivi e di raccoglimento spirituale. È come se i suoi umili personaggi venissero totalmente sopraffatti dai confini tanto distanti della natura e dai cieli spaziosi dei suoi dipinti. La povertà che caratterizzò tutta la sua esistenza, dall’infanzia fino alla vita da padre di famiglia, non si tradusse mai in un mero ritratto della vita rurale. La natura che dipinse fu sempre e solo quella che lo affascinò. Per dare varietà e corpo ai pascoli e ai cieli dei suoi primi lavori si accostò al Divisionismo. Una pennellata a fibra lunga, stretta, quasi compressa che potesse rendere un mondo reale e allo stesso tempo armonioso. Per dirlo con parole sue:

e incomincio a tempestare la mia tela di pennellate sottili, secche e grasse, lasciandovi sempre fra una pennellata e l’altra uno spazio interstizio che riempisco coi colori complementari, possibilmente quando il colore fondamentale è ancora fresco, acciochè il dipinto resti più fuso. Il mescolare i colori sulla tavolozza è una strada che conduce verso il nero; più puri saranno i colori che getteremo sulla tela, meglio condurremo il nostro dipinto verso la luce, l’aria e la verità.

La luce, l’aria e la verità, queste le mete della sua ricerca artistica che guidarono i suoi vari spostamenti tra i paesaggi alpini fino al suo triste epilogo. Osservare la natura, dipingerla per ore all’aria aperta, senza affaticarsi fino ad entrare in un rapporto quasi mistico con essa, fu il modo di intendere la pittura per Segantini. Agli inizio degli anni ’90 nei suoi quadri la presenza aneddotica degli animali domestici e delle figure patriarcali dei pastori si caricò di una valenza emotiva che né la frantumazione divisionistica né lo studio del vero potevano essere capici di rendere. Il Simbolismo che lo aveva folgorato, attraverso la Maternità di Previati, in mostra a Brera, gli sembrò dunque l’unica strada da percorrere per «congiungere la idealità della natura coi simboli dello spirito che l’animo nostro rivela».

Trittico della Natura: Vita, 1898-99

Le dense filettature del Divisionismo e la robusta distribuzione del colore poco si addicevano alla leggerezza e quasi inconsistenza dell’arte simbolista, eppure una profonda comunione con la natura e quel senso di religiosità mistica che egli seppe sviluppare sulle sue amate montagne lo portarono a trovare una sintesi suprema, unica e particolarissima della sua visione di paesaggio. Ecco come in Segantini lamore del vero e la suggestione del simbolo si fondono e si traducono in una intensa vicenda artistica, capace di rendere nella semplicità quel senso di comunione profonda con la realtà.

Martina Conte per MIfacciodiCultura

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