Martin Luther King, o dell’essere all’altezza di se stessi, tra apartheid e t-shirt

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I have a dream, Io ho un sogno: che la Storia finisca di oscillare come un pendolo tra la negazione assoluta dei diritti ad una categoria di persone, quale che sia, e la rivendicazione di questi attraverso manifestazioni grottesche e azioni abnormi. Ma fino ad allora, appare evidente che «per scuotere la gente non bastano i discorsi, ci vogliono le bombe»: ecco che ci dobbiamo dare una spiegazione della assoluta necessità, e non accessorietà, di manifestazioni come il Gay Pride e le sue maschere. Ma nel corso degli umani eventi queste si sono rese necessarie, e lo sono tutt’ora, in questa nostra triste epoca in cui abbiamo raggiunto la stanchezza della compassione, in questa epoca buia del cuore degli uomini in cui sono sempre le tre del mattino: perché abbiamo avuto JFK, Gandhi, Falcone e Borsellino, e ancora dobbiamo giustificarci per un’immagine cruda di guerra e tortura, o perché siamo costretti a sfilare coperti solo di piume di struzzo e paillette per vedere riconosciuto che siamo persone. Eppure dobbiamo proprio colpire, perché «Abbiamo perso la capacità di immaginare il dolore degli altri. Ecco perché questo dolore ci deve essere sbattuto in faccia tramite certe immagini» (Dacia Maraini). Ed ecco perché siamo qui a ricordare Martin Luther King (Atlanta, 15 gennaio 1929 – Memphis, 4 aprile 1968), attivista per i diritti civili ucciso da un colpo di fucile alla testa, come Lincoln e JFK. Nella stagione che sembra finita delle cospirazioni per uccidere grandi personalità, il colpo alla testa appare la scelta obbligata: d’altronde, quale altro modus necandi offre altrettanta garanzia di infliggere danni fatali anche se non mortali? D’altronde, oggi viviamo nell’epoca delle stragi, segno che le grandi personalità sono ormai estinte e, tolta l’esigenza di colpire un’idea, è sufficiente per i terroristi mantenere un regime di incertezza spaventata.

Naturalmente, a meno di voler approfondire individualmente la vita e le azioni del reverendo King, di lui non sappiamo quasi nulla: pastore protestante, attivista per i diritti civili della popolazione di colore nel USA, ucciso a Memphis, ha tenuto il famoso discorso sull’uguaglianza razziale che contiene l’altrettanto famosa frase «I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin, but by the content of their character. I have a dream today!», della quale in realtà la quasi totalità della popolazione conosce solo I have a dream, e ce n’è pure d’avanzo.

Martin Luther King
Martin Luther King

Esattamente, cosa possiamo dire dei vari movimenti per i diritti civili di cui King fece parte e spesso presiedette? Quali furono i rapporti con la famiglia Kennedy? Quali furono le problematiche negli Stati del Sud durante la campagna presidenziale? E la campagna per i diritti civili del 1963? È cosa nota che il celeberrimo I have a dream venne pronunciato in occasione della Marcia su Washington nel 1963, ma  fu l’unico aspetto significativo di quella manifestazione? E i rapporti con l’altro famoso leader nero dell’epoca, Malcolm X, che criticava Martin Luther King per la propugnazione della non violenza, di che tenore furono in effetti?

Se dunque possiamo ammettere che il movimento per i diritti civili dei neri abbia ottenuto qualche risultato, anche grazie all’opera di Martin Luther King, non possiamo ritenere queste conquiste radicalmente consolidate nemmeno negli USA: la figura di un residente nella stanza ovale come Trump, com’era largamente prevedibile, non è certamente garante dei diritti civili tra politica esterma “machista” e interna votata alla disuguaglianza sociale; prova ne sia anche l’ennesima performance trumpiana, che ha definito “Paesi-cesso” nazioni come Haiti, El Salvador e alcuni Stati africani, con un atteggiamento da bullo di saloon più che da statista. Soltanto il tempo può dirci che cosa porterà questo stato di cose, ma attendiamo con ansia un aumento della violenza dei movimenti antiabortisti, il perdurare dell’oscurantismo dilagante in termini di creazionismo/evoluzionismo e via discorrendo. Non abbiamo, per ora, notizie di movimenti ufficiali dai nazisti dell’Illinois, ma dobbiamo dire che, come Elwood e Jake, li odiamo a prescindere; in ogni caso, registriamo intanto la ricomparsa ufficiale del KKK, che da sola basta a dar ragione a chi affermava che la Storia è una meastra senza allievi.

Quanto al reverendo, oggi la sua immagine è poco più di, appunto, un’immagine sulla t-shirt, complice anche il terribile sistema scolastico americano: non sono pochi i giovani americani totalmente digiuni di storia patria, pronti a confondere personaggi storici e personaggi filmici, complice Hollywood e industria discografica.

Rimane un interesse per alcune osservazioni: ad esempio, che il famoso discorso I have a dream apparve fatto a braccio, poiché King veniva stimolato a parlare del sogno dalla cantante Mahalia Jackson (il concetto di sogno era già stato usato più volte dal reverendo: d’altronde, l’american dream è un topos della cultura americana, checché ne dicano Crosby, Stills, Nash and Young: magari un topos che prevede lo sterminio di 100 milioni di nativi americani, ma ognuno ha i topos che merita): tanto a braccio parlò, il reverendo King, che nel discorso ricco di figure retoriche cita o fa riferimento alla Dichiarazione di Indipendenza, al Proclama di emancipazione, al discorso di Gettysburg e alla Costituzione, per non parlare dei richiami alla Bibbia e ad un discorso tenuto da tale Archibald Carey alla Convention Repubblicana del ’52. Per non farsi mancare nulla, il reverendo fece pure un accenno al Riccardo III di Shakespeare.

L’aspetto più divertente del discorso però risale al 1999, quando una delle tante Corti Supreme degli USA stabilì che il discorso di King era coperto da copyright, realizzando davvero una grande parte del pragmatico e materialista Sogno Americano.

Rosa Parks

Osservazione conclusiva: l’ascesa alla ribalta del reverendo  Martin Luther King iniziò con il famoso caso di Rosa Parks, la donna di colore arrestata e incarcerata per aver violato le leggi sulla segregazione per essersi rifiutata di far sedere un uomo bianco al suo posto su un autobus. Il fatto portò a disordini, lotte e boicottaggi, e pose King in piena luce nella lotta contro la segregazione. L’episodio dell’autobus avvenne il 1° dicembre del 1955: ma nel marzo dello stesso anno, cioè oltre 8 mesi prima, lo stesso episodio era toccato ad una studentessa 15enne, Claudette Colvin, ma all’epoca King non ritenne di dover intervenire. Rosa Parks, però, era un membro del NAACP, il National Adavancement of Colored People, di cui faceva parte lo stesso reverendo con incarichi dirigenziali. Insomma, per sostenere i diritti civili King aspettò che ad essere testimonial fosse una sua iscritta, proprio come avrebbe fatto un segretariuzzo di una CGIL, CISL o UIL qualsiasi.

Siamo tutti segregati, ma qualcuno è più segregato di altri: a volte, purtroppo, più ci avviciniamo alle persone e più ci accorgiamo di quanto sono piccole, anche se la loro opera può essere grande e degna.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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