I grandi classici – Prima del calcio di rigore, una vita fredda sotto il segno della dissociazione

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Qual è la paura maggiore, quella del portiere o del rigorista? Francesco de Gregori l’ha meravigliosamente vista con gli occhi e le gambe di un Nino dodicenne, che non dovrebbe aver paura di sbagliare un calcio di rigore nella Leva calcistica della classe ’68; Peter Handke, al contrario, la vede dal punto di vista del portiere, un ex professionista già di una certa fama, che è il protagonista di uno dei suoi lavori più famosi ed interessanti, ossia Prima del calcio di rigore, romanzo del 1970.

Peter Handke

Le similitudini tra de Gregori ed Handke finiscono qui. Anzi no, perché va detto che l’aspetto di cui tener conto assolutamente è che né la canzone del cantautore romano né il romanzo dello scrittore (e drammaturgo, saggista, poeta e sceneggiatore) austriaco parlano di calcio. Nel caso di de Gregori, il calcio è una metafora e un macguffin; nel caso di Handke, viene piuttosto da chiedersi se non si tratti piuttosto di una False flag, a cui peraltro molti hanno creduto pedissequamente. Perché anzi, questo Prima del calcio di rigore, che nel film del 1972 firmato da Wim Wenders diventa addirittura La paura del portiere prima del calcio di rigore.

E si vorrebbe che questa paura riscontrata nella narrazione fosse appunto un espediente metaforico narrativo, mentre gran parte della critica ha definito il romanzo come thriller. E qui torna buona il calembour in voga tra gli editor, che ammettono che oggigiorno nell’editoria si definisce thriller tutto quello che non si sa collocare in un altro genere. Certo, a patto che ci sia almeno un omicidio all’interno della storia, cosa che effettivamente in Prima del calcio di rigore si verifica; ma per noi vecchi lettori professionali prima di parlare di thriller si rendono necessari altri parametri, come ad esempio un’indagine, suvvia. Un minimo di suspence sarebbe gradita peraltro, sir Alfred Hitchcock insegna. Né basta, ed è anche più puerile ancora, buttare lì un aggettivo per tutte le stagioni, un anomalo che si dà a peso né si nega a chicchessia come il 18 politico. Tanto che vien fatto di chiedersi se la critica l’abbia effettivamente letto, Prima del calcio di rigore.

Prima del calcio di rigore, quindi, non è un thriller, nemmeno anomalo. La storia vede protagonista assoluto l’ex portiere di calcio Josef Bloch, che lavora in un cantiere come elettroinstallatore e viene licenziato. Dopodiché, inizia a muoversi in modo causale, ed altrettanto casualmente e immotivatamente uccide una ragazza con cui aveva passato la notte. Dopodiché, ricomincia a muoversi in modo inconsulto, forse nel tentativo di far perdere le proprie tracce: ma la cosa non è sempre inequivocabile. La trama, se così si può definire, di Prima del calcio di rigore è tutta qui: nessun intreccio, nessun personaggio secondario se non sullo sfondo.

Solitudine, alienazione, dissociazione: Prima del calcio di rigore, fotogramma del film

Una mattina, presentandosi al lavoro, l’elettroinstallatore Josef Bloch, che era stato un portiere di qualche fama, venne informato del suo licenziamento. Bloch, almeno, interpretò come un’informazione di questo tenore il fatto che, al suo apparire sulla porta della baracca in cui sostavano gli operai, soltanto il capomastro sollevasse gli occhi dalla colazione, e abbandonò il cantiere». È stato davvero licenziato, Bloch, o la sua conclusione è frutto dell’alienazione e del disagio? Da questo incipit dal sapore fortemente kafkiano capiamo che la cifra del racconto sarà un’ambiguità derivante da un fortissimo disagio interiore, che con le pagine si amplia a dismisura.

Follia di McGrath, Qualcuno volò sul nido del cuculo di Kesey, alcuni racconti di Carver (Da dove sto chiamando), Kafka ed il Thomas Bernhard di Camminare: lontano dalla tipologia di alienato sveviano, Handke dipinge una storia effettivamente agghiacciante, ma non nello sviluppo narrativo quanto nel tratteggio della separazione dal sé e dalla coscienza. «L’affittuaria lo invitò a pranzo. Bloch, che si era riproposto di abitare da lei, rifiutò. Ma disse che sarebbe ritornato la sera». Handke procede per ritratti di momenti di alienazione, di separazione da se stesso di Bloch, che ha enormi problemi con le parole, svuotate di senso ma che gli sembra gli si rivolgano direttamente come oggetti parlanti e non già come rappresentazioni simboliche, precipitandolo in un mondo alla rovescia in cui gli avvenimenti macroscopici (come un brutale pestaggio subito da Bloch) vengono vissuti in assenza di pathos e quelli insignificanti assurgono a ruoli di tragedia archetipica.

La poetica di Handke, nel cielo sopra Berlino

Col crescere dell’alienazione (ma è poi causa dell’omicidio? Della paura delle conseguenze? Esiste, questa paura?) crescono i problemi linguistici e comunicativi, fino ad un distacco pressoché totale da sé e dall’ambiente, in un’escalation di nonsense e non sequitur nella descrizione da parte di un narratore esterno, che potrebbe anche essere Bloch stesso inconsapevole di esserlo.

Accolto a suo tempo in maniera entusiastica, Prima del calcio di rigore, ripubblicato recentemente da Guanda  necessita attualmente di una riscoperta: come tutto Peter Handke, del resto, e notare che questi è stato anche lo sceneggiatore de Il cielo sopra Berlino di Wender può forse aiutare in tal senso. Prima del calcio di rigore è un vero e proprio romanzo dell’inquietudine, dell’alienazione e della dissociazione, quindi dell’incomunicabilità: il mondo di Handke vaga smarrito e sbigottito di fronte ad una realtà che non riesce a decifrare, esistenziale o urbana post-industriale che sia, e diventando automaticamente eterno.

Bloch non sapeva più che cosa fare

E noi con lui.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

https://www.youtube.com/watch?v=lETVilXSfNYSimili

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