Fabrizio De André: come vent’anni fa il nostro Principe libero

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De André e Fernanda Pivano

Era il 1971, e Fabrizio De André nel suo album Non al denaro non all’amore né al cielo, tratto liberamente dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters cantava queste parole: «Sentivo la mia terra / vibrare di suoni /era il mio cuor, / e allora perché coltivarla ancora, / come pensarla migliore… E poi la gente lo sa, / e la gente lo sa che sai suonare, / suonare ti tocca / per tutta la vita / e ti piace lasciarti ascoltare». È il Suonatore Jones a parlare, uno dei personaggi dell’Antologia che rivela se stesso attraverso la sua epigrafe funebre. È un musicista, un cantore di storie, che si ispira al proprio vissuto, alla terra che lo circonda. Anche Fabrizio De André era – e resta – un suonatore Jones. Ma l’identificazione non è immediata: quella di Masters è una poesia complessa, in cui abbiamo un musicista che suona per puro divertimento, senza voler farsi pagare dagli altri. Jones suona per alternativa, non per mestiere, non vuole ridurre la libertà della sua musica. Faber suona per mestiere invece, ma non per questo la sua arte non ci ha trasmesso il valore della libertà.

La creazione dell’album l’ha portato all’amicizia con Fernanda Pivano, storica traduttrice dell’Antologia, a cui durante un’intervista rivela: «Spoon River l’ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare». De André era capace di questo: rivelare certe profondità dell’animo umano mettendole su carta, mettendole in musica, sapendo sintetizzare storie ed emozioni che, alla fine, riguardano un po’ tutti.

De André e la seconda moglie Dori Ghezzi

Sono passati quarantotto anni da questo episodio della carriera di De André, così come sono trascorsi ormai vent’anni dalla sua morte, di cui oggi, 11 gennaio 2019, ricordiamo l’anniversario. A Faber venne diagnosticato un carcinoma polmonare alla fine del 1998, e questo lo portò a interrompere le sue tournée dell’inverno. Venne ricoverato all’Istituto Tumori di Milano, dove morì in quella notte del gennaio 1999, poco tempo prima di compiere cinquantanove anni.

Cosa ci ha lasciato? Tanta musica, tante parole, tanta sete di libertà, di ribellione e anticonformismo. Storie comuni di personaggi che potremmo essere noi stessi, ballate che sembrano essere sospese in un tempo eterno (Verranno a chiederti del nostro amore, La ballata dell’amore cieco, Canzone dell’amore cieco), e molto altro. Insomma, un’ispirazione musicale e una poesia come poche altre, e una consistente pagina della storia della canzone d’autore del nostro Paese. Ironico e commovente allo stesso tempo il commento di Paolo Villaggio (amico d’infanzia del cantautore, che gli attribuì proprio il soprannome di Faber a causa della sua predilezione per la cancelleria Faber, anche in assonanza col suo nome) in occasione del funerale che si tenne a Genova, con una folla di diecimila persone: «Io ho avuto per la prima volta il sospetto che quel funerale, di quel tipo, con quell’emozione, con quella partecipazione di tutti non l’avrei mai avuto e a lui l’avrei detto. Gli avrei detto: “Guarda che ho avuto invidia, per la prima volta, di un funerale”».

Luca Marinelli e Valentina Bellé in Fabrizio De André – Principe libero

Faber era nato il 18 febbraio 1940 a Genova, nel quartiere Pegli, da un famiglia più che benestante, ma il suo temperamento, sin da adolescente, certo si scontrava con le abitudini di quella Genova-bene, perché la passione per la musica era più forte di qualunque convenzione sociale. Scriveva continuamente, sempre irrequieto e controverso, eppure senza esitazione, senza scrupolo. Voleva essere sincero nei confronti di se stesso, innanzitutto. Dall’esordio nel 1961 alla Canzone di Marinella del 1964, da Storia di un impiegato a Creuza de ma ad Anime salve, ci sono album, canzoni, collaborazioni (prima tra tutte quella con la PFM) che non si possono enumerare in poche righe. Perché in mezzo c’è tutto lo scorrere di emozioni, di inquietudini, di gioie e di dolori che hanno attraversato la storia di Faber, e quella di coloro che gli sono stati vicini. Pensiamo innanzitutto alla prima moglie Enrica Rignon, e alla seconda, Dori Ghezzi, ai figli Cristiano e Luvi, al fratello Mauro.

Parlare di Fabrizio De André vuol dire parlare anche della sua figura senza ignorare le problematiche legate all’alcool e al fumo che spesso hanno reso difficile la relazione con la sua famiglia, e fattori che sicuramente hanno precluso il suo stato di salute. Parlare di Fabrizio De André vuol dire anche riportare alla memoria un fatto spiacevole come il rapimento subito in Sardegna nel 1979 insieme a Dori Ghezzi (infatti si erano trasferiti in una tenuta di campagna a pochi passi da Tempio Pausania), da parte dell’anonima sequestri sarda, rapimento che si prolungò per quattro mesi fino al pagamento di un ingente riscatto pagato dalla famiglie del cantautore.

Dunque, per concludere, due decenni dalla morte di Faber. Vent’anni trascorsi a seguire la sua musica – per tutti quelli che l’hanno voluto -, vent’anni rigorosamente «in direzione ostinata e contraria».

[E se vogliamo assaporare un po’ quel che è stata la variegata vita del Principe, godiamoci l’interpretazione di Luca Marinelli in Fabrizio De André – Principe libero (regia di Bruno Bigoni, 2018)].

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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