I grandi classici – L’isola del tesoro, quella meta esotica, lontana e irraggiungibile che abbiamo dentro di noi

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La differenza sta nella forbice tra ricercatore e avventuriero. Nel senso più ampio del termine, colui che ricerca, azione che richiede un metodo, a sua volta sostenuto da pensiero razionale, auspicabilmente sistematico, e costanza, perseveranza, impegno nello spazio tempo: i fondamenti della ricerca sono sempre gli stessi, che si stia ricercando la cura per il cancro o il sistema di espellere dalla propria esistenza il senso di solitudine e di inutilità. Nell’avventuriero, la ricerca è estroflessa, ciò che è statico diventa dinamico, la soluzione che nell’uno deve provenire sostanzialmente dall’interno diviene una soluzione precostituita dall’esterno: ciò che nella ricerca del ricercatore si potrebbe ottenere, se mai accada, alla fine di un processo, nella ricerca dell’avventuriero deve, eventualmente, provenire da un tentativo estemporaneo, rapido e auspicabilmente risolutivo, nel quale l’azzardo gioca comunque un ruolo fondamentale, compagno indissolubile del coraggio quasi indistinguibile dall’incoscienza. O dell’incoscienza quasi indistinguibile dal coraggio. Nonostante in tutti noi alberghino stima e rispetto per il primo tipo di individuo, il fascino ed il desiderio di emulazione sono tutti per l’avventuriero: ed ecco spiegato il successo imperituro di un romanzo come L’isola del tesoro, di Robert Louis Stevenson.

Il quale, sotto altri aspetti, non presenta alcun motivo per tanta inesauribile fama: scritto tra il 1881 ed il 1883, con una genesi iniziale alquanto singolare (sostanzialmente, per assecondare il desiderio del figliastro di sentire una storia basata sulla mappa di un’isola da lui stesso dipinta), il romanzo continua ad essere un clamoroso long seller, con milioni di copie vendute, innumerevoli traduzioni e millanta adattamenti (persino per la radio, nel 1938, per mano di Orson Welles). Non è invece possibile calcolare l’impatto sull’immaginario collettivo mondiale, fatto di nomi e figure tanto cariche di fascino quanto superficiali: l’iconografia del pirata (benda sull’occhio, gamba di legno, pappagallo in spalla), dei Mari del Sud, della mappa dell’isola e del tesoro segnato su di essa con una “X”; e ancora, i “Capitano Flint”, Long John Silver (che diventa Long John Xanax per Davide van de Sfroos) e la macabra ballata «Quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho! E una bottiglia di rum! Il vino e il diavolo hanno fatto il resto, yo-ho-ho! E una bottiglia di rum!». L’isola del tesoro è diventata una locuzione in sé, a significare, appunto, un determinato tipo di ricerca: quella di un tesoro risolutivo, che evidentemente è un archetipo, dato ne abbiamo anche la versione “orientale” con la caverna dei 40 ladroni.

Robert Louis Stevenson

Eppure, da un punto di vista strettamente letterario L’isola del tesoro non ha nulla di particolarmente attraente, al netto di una prosa sciolta, agile e accattivante, precisa dal punto di vista tecnico (aspetti settoriali e gergali abbondano, ovviamente) e ben strutturata sintatticamente. Ma tutta questa perizia linguistica è messa al servizio della pura descrizione, dei luoghi e delle azioni, mentre lo spazio per l’introspezione o per qualsivoglia riflessione da narratore esterno (la presenza dell’autore è inesistente) è talmente risicato che vien da chiedersi se Stevenson se ne sia tenuto scientemente alla larga come da una danger zone segnata, ovviamente, sulla sua mappa letteraria. Nel quattordicesimo capitolo avviene il primo omicidio, ad opera di Silver: «Sull’erba, giaceva Tom: ma l’assassino non si curava minimamente di lui, badando a nettare sopra un ciuffo d’erba il suo coltello sporco di sangue. Ogni altra cosa era immutata». Notazione volontaria sull’indifferenza del destino, della Natura, di Dio rispetto alle azioni degli uomini? O osservazione quasi naturalistica e casuale, che porta avanti un ragionamento sulla casualità e l’indifferenza della vita e della morte (Oh, you could even catch a bullet from the peace-keeping force. Even the hero gets a bullet in the chest, oh yeah, once upon a time in the west– Dire Straits: e ci sarebbe da aprire un ragionamento sul significato e sull’uso del termine chest, sia nei Dire Straits che in Stevenson)?

De L’isola del tesoro è stato detto di tutto: soprattutto, che si tratta di un romanzo di formazione, poiché il protagonista assoluto è il ragazzo Jim Hawkins; e siccome dentro ci noi c’è l’immagine del Robinson di Vecchioni (ma anche quello di Defoe, ammettiamolo; e anche di Yamir Youssef, che viveva al Cairo e aveva il tesoro nel suo giardino), la cosa trova un suo fondamento. C’è Peter Pan, nell’Isola del Tesoro, e Capitani Coraggiosi. L’isola del tesoro è, naturalmente anche un romanzo di viaggio; e sebbene l’introspezione sia quasi inesistenze, nondimeno abbiamo la contraddittorietà della vita, rappresentata dall’unico personaggio di spessore, proprio perché ambiguo, ossia Long John Silver. Come spesso accade nel raccontar storie, il villain è di gran lunga il personaggio meglio riuscito dal punto di vista umano, non del tutto malvagio e certamente non buono (ma non possiamo parlare di “doppio” rispetto a Jim).

Delle oltre cinquanta versioni cinematografiche tratte da L’isola del tesoro, una delle nostre predilette è quella targata Disney, del 2002, che traspone la narrazione nel futuro: il titolo, infatti, è Il pianeta del tesoro, e rappresenta perfettamente, già per questo solo motivo, l’essenza del romanzo. E in definitiva, la chiave del suo successo imperituro: perché la ricerca dell’isola del tesoro è la ricerca dell’età adulta, intesa come una maturità di spirito che è destinata a non arrivare mai. Il senso è di incertezza e di insoddisfazione, il senso è quello del viaggio e non della meta: che cosa mai farebbe l’avventuriero, se lo trovasse davvero, il tesoro? E poi? Diventerebbe un diseredato che ha vinto alla lotteria, un pensionato che non ha coltivato sé stesso e non sa cosa farsene di tutto quel maldetto tempo libero. Il Pianeta del tesoro gode di una magnifica canzone di Max Pezzali, Ci sono anch’io, che centra magnificamente il punto del romanzo di Stevenson: la ricerca costante, di sé stessi, e di un proprio posto nel mondo.

L’isola del tesoro è anche un romanzo straordinariamente sessista, per quanto senza cattiveria: non vi sono personaggi femminili all’infuori della madre di Jim, che peraltro ha ben poco spazio. Nondimeno, l’impatto sull’immaginario collettivo di cui dicevamo è talmente clamoroso che anche nell’immaginario artistico femminile trova metabolizzazione ed espressione.

E non sai quando la raggiungerai, spesso non sai neanche quale sia, la meta.

Forse non serve sapere qual è, è lei che trova un contatto con te,

e se sarai sensibile la troverai già dentro di te

canta Serena Finatti in Meta.

Parlando, volente o no, dell’Isola del Tesoro. Che è ovunque, anche dentro di noi. Soprattutto.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

 

https://www.youtube.com/watch?v=flIyTtoY7Ow

https://www.youtube.com/watch?v=BBXMRxGVqsk

 

 

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