Di paura il cor compunto – Emily Dickinson e l'”horror solitudinis” del Poeta

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Io – come individuo – e l’Altro; io – come amante – e l’Amato; io – come poeta – e il Lettore. Ognuna di queste tre relazioni è animata da un ambivalente sentimento di amore e di odio, e ognuna di esse è presente all’interno della poesia #462 di Emily Dickinson. Nei tredici versi di questo breve testo, la poetessa parla della paura di aprire la propria interiorità al mondo che la circonda. Il mondo esterno, costituito dagli altri, dalla persona amata, ma anche dal pubblico di lettori, è visto con timore reverenziale, come un’entità che esercita su di lei una grande attrattiva e insieme un ambiguo potere, che potrebbe salvarla ma, allo stesso tempo, annientarla.

Why make it doubt — it hurts it so —
So sick — to guess —
So strong — to know —

Una scena di “A Quiet Passion” – Emily Dickinson Biopic

I primi tre versi parlano di incertezzadoubt») e sofferenzait hurts it so»), nonché dell’impossibilità di risolvere unperché“, quel «Why» che apre la poesia e che rimane sospeso: il punto interrogativo non arriva mai, così come la risposta. Queste parole descrivono un essere condannato al dubbioit»: la stessa poetessa?), sofferente senza un motivo evidente: la ragione del suo dolore è tremenda da indovinare («so sick — to guess») e impossibile da conoscere («so strong — to know»). Questo essere è descritto in uno dei momenti e dei luoghi più intimi della propria vita, ovvero mentre è sul letto («upon its little Bed»), definito “piccolo”, come se fosse la culla di un bambino:

So brave — upon its little Bed
To tell the very last They said
Unto Itself — and smile — And shake —
For that dear — distant — dangerous — Sake —

Quest’essere, anche se si trova in una situazione che lo vede inerme agli occhi degli altri, è in realtà molto coraggiososo brave»), poiché sa raccontare ciò che gli altri dicono («to tell the very last They said»), sa sorridere («smile») e sa tremare («shake»): è l’esaltazione delle capacità percettive ed espressive del Poeta, che nella sua sensibilità è fragilissimo, eppure è così coraggioso da rendere pubbliche le proprie paure. È come un amante che si dà completamente all’amato, anche se condannato a convivere con la costante incertezza della durabilità del legame, oppresso dalla domanda: «E se, un giorno, verrò abbandonato, lasciato, respinto? Riuscirò ad andare avanti da solo, dopo aver dato tutto me stesso all’Altro?». Si tratta di un vero e proprio horror solitudinis che colpisce l’individuo sensibile ed empatico, così come il Poeta, che scrive per mettere in comunicazione il sé con il mondo; scrive per il Lettore, prima ancora che per se stesso, e teme da lui il rifiuto e l’incomprensione. Un Poeta non letto, non ascoltato, è un Poeta senza voce; insomma, il Poeta, senza il Lettore, cessa di esistere. Il «Sake» (ovvero l’interesse, il desiderio spasmodico, il fine ultimo) di cui si parla nella poesia, descritto come caro, ma anche come lontano e pericoloso («dear — distant — dangerous»), è la perfetta e durevole unione con l’Altro (che sia un amante, o il Lettore), per non rimanere solo, inascoltato, inesistente. Il Poeta, senza lettura, muore, così come un bambino in culla se abbandonato dalla madre.

But — the Instead — the Pinching fear
That Something — it did do — or dare —
Offend the Vision — and it flee —
And They no more remember me —

Emily Dickinson

Eccoci arrivati al dunque: cosa teme, il Poeta, oltre alla solitudine? L’oblio di se stesso, e in particolare l’oblio da parte degli altri. Questo oblio insinua nella poetessa la paura assillantePinching fear») di fare qualcosa di sbagliato che le faccia perdere la “Visione” (la particolare sensibilità percettiva del Poeta, ovvero, la sua ispirazione, e la sua connessione con il mondo esterno), e che gli altri possano completamente dimenticarla («And They no more remember me»). Ancora una volta, la dimenticanza da parte di coloro ai quali la poetessa ha donato tutto il proprio sé e ha consacrato la propria esistenza la conduce all’annientamento, alla morte.

Nor ever turn to tell me why —
Oh, Master, This is Misery —

La paura di perdere il destinatario della propria comunicazione – che in questa poesia è vista, oltre che come espressione artistica, anche come atto d’amore – opprime la scrittrice, che vede l’Altro come entità imprescindibile con cui interfacciarsi per definire la propria identità personale. Ma se gli altri, dopo aver ricambiato il suo amore, dopo averla riconosciuta come poetessa, dovessero girarle le spalle, senza nemmeno volgersi a spiegarle la ragione – ecco, quella sarebbe la suprema Infelicità («Misery»).

Emily Dickinson, in questi potenti tredici versi, che parlano con vigore al Lettore, forti delle lineette, delle assonanze e delle maiuscole utilizzate con maestria, riesce a delineare i contrasti che animano l’attività liberatrice eppure sofferta del Poeta, e il suo coraggio di fragile eroe nei confronti del proprio pubblico: una platea descritta come un’amante imprevedibile e volubile, in grado di decidere del destino di sopravvivenza o di distruzione della parola poetica, e con essa, del Poeta stesso.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

2 Commenti
  1. matteo cotugno dice

    Per un poeta divulgare ciò che si scrive è un banco di prova molto duro, i timori sono talmente elevati da portare spesso a tenere chiuse a chiave in un cassetto le proprie composizioni, Quando si riesce a raggiungere la maturità e ad avere il coraggio di divulgarle ci si mette a nudo e si prende contatto con l’altro, un altro che può essere anche spietato e cinico, non capirti, non apprezzare la tua sensibilità, oppure apprezzarti, osannarti per poi subito dopo voltarti le spalle indifferente… ed è questo il timore maggiore… del resto la poesia è una cenerentola nell’arte e viene apprezzata davvero poco dal grande pubblico che segue invece la prosa.
    Comprendo il timore della solitudine, anche se nei poeti intimisti l’altro io con cui ci si confronta altro non è che l’altro se stesso, e in questo caso la poesia diventa taumaturgicamente terapeutica e l’horror solitudinis viene percepito diversamente, come assenza della presa di coscienza del sè… come mancanza di dialogo interiore… e fa paura davvero.

    1. Arianna dice

      Grazie Matteo per il tuo commento e la tua analisi! 🙂

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