“Taxi Driver”, la nauseabonda solitudine dell’uomo contemporaneo: secondo Scorsese, Camus, Sartre

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Taxi Driver, la nauseabonda solitudine dell’uomo contemporaneo: secondo Scorsese, Camus, Sartre

La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo.

Si può goderselo, Taxi Driver: ogni tanto infilare il dvd nel lettore – dovrebbe essere obbligatorio per legge possederne almeno una copia – e goderselo. Senza star tanto a pensare che è uno dei film preferiti di Quentin Tarantino, che nel 1977  perse l’Oscar a favore di Rocky (che pure non lo demeritava), che la sua fu l’ultima colonna sonora composta da Bernard Hermann prima della morte, che la parte di Travis avrebbe dovuto essere di Pacino ma alla fine ad interpretarlo fu un Robert De Niro dalla bravura inverosimile (che fece il tassista per sei mesi per prepararsi) e perfino senza riflettere troppo sulle classifiche che lo vedono al 52° posto secondo American Film Institute, al 31° secondo Sight And Sound ed al 5° secondo una classifica redatta su quest’ultima testata da quasi 400 registi– tra i migliori  film di tutti i tempi, beninteso.

Il fatto è che Taxi Driver, che fortunatamente per noi è uscito nelle sale, ed era l’8 febbraio del 1976, è un film perfetto, nel quale tutto è orchestrato come una sinfonia di Mahler da quel genio assoluto del racconto per immagini e suoni che è Martin Scorsese (che, accidenti a lui, trovò pure il modo di assegnarsi un ruolo cameo): inquadrature, movimenti di macchina, luci, colonna sonora ovviamente, montaggio, tutto orbita alla perfezione intorno ad una stella costituita dalla Storia. Ed è qui che Taxi Driver diventa un Immortale, perché la Storia ha un nucleo narrativo vastissimo, articolato e complesso, legato alla contingenza temporale ed alla realtà oggettiva che racconta (la vita metropolitana nella New York degli anni ’70) ma anche alcuni archetipi che ne assolutizzano il valore.

Quindi, si può goderselo, Taxi Driver, oppure, ma questo in realtà non inficia il godimento, lo si può leggere cercando di assorbirne quanti più possibili riferimenti, contenuti, rimandi dipanati attraverso la storia, e gli occhi, di Travis Bickle: che ha meno di 30 anni, è isolato, disadattato, un dropout reduce dal Vietnam che soffre di insonnia cronica e per questo lavora come taxista di notte. Unici interessi, la televisione, i film pornografici ed un diario che tiene regolarmente, uniche frequentazioni alcuni colleghi. Su questo status quo si innestano due elementi di disturbo: l’interesse per Betsy, che si occupa della campagna di un candidato alle elezioni presidenziali, e l’incontro con Iris, prostituta di 13 anni (Jodie Foster giovanissima) gestita dal protettore Matthew “Sport” (un bravissimo Harvey Keitel).

Il fallimento, vero e proprio macguffin del film, sin dalle battute iniziali della relazione con Betsy fa scivolare Travis in una spirale di alienazione favorita dall’insonnia (vedasi Insomnia e Fight Club per riferimenti recenti) che decide di suicidarsi in maniera eclatante dopo – o mentre – aver liberato Iris dalla sua condizione di “volontaria” schiava sessuale. Ma all’inetto Travis le cose non riescono mai fino in fondo: dopo la mattanza dei papponi, a Travis non riesce il suicidio ed il finale rimane aperto.

Valutazioni, riferimenti ed interpretazioni a questo punto si possono sprecare: Travis Bickle è un eroe tragico in senso epico, delle spessore di un Titano ma condito con il ketchup agrodolce della sconfitta finale, che è appunto la sopravvivenza dopo un tentativo di pira purificatrice. Avendo messo in conto la propria sconfitta, poiché la vittoria è impossibile (ma non è un buon motivo per non agire), la reale sconfitta di Travis è non morire: il fatto che per i media ed i genitori di Iris divenga un eroe non fa altro che ingigantire la disfatta, come un Maresciallo Ney o un kamikaze che rimanga vivo.

L’azione di Travis è, ovviamente, anche donchisciottesca, ma il suo slancio generoso non ha l’afflato di voler cambiare il mondo: come il condannato a morte che con le sue ultime parole raccomanda ai sarti di fare le asole a regola d’arte, il suo scopo secondario è soltanto quello di compiere una singola azione positiva prima di morire. Ma il Fato prescrive a certi eroi che non ci sia sollievo prematuro.

Film dai tratti tutt’altro che hollywoodiani, Taxi Driver non presenta salvezza finale e l’apertura occhieggia soltanto su un abisso scrutante che potrebbe lasciar presagire o nuove esplosioni di violenza o il triste e malinconico spegnersi di una vita inutile.

Il difficile rapporto degli Stati Uniti coi propri reduci del Vietnam, divenuti una vera problematica sociale (Born in the USA di Springsteen ne è uno degli emblemi), la discrasia nascente tra politica ed elettorato e destinata ad inasprirsi sempre più, la solitudine nella folla e l’incomunicabilità (vedi il rapporto di Travis coi colleghi, su tutte la scena con il “Mago” Peter Boyle): Taxi Driver contiene Il cacciatore, Pomeriggio di un giorno da cani, Cane di Paglia, Il giustiziere della notte e I Guerrieri della notte, su cui si innestano il disgusto esistenziale della nausea di Sartre e il disagio relazionale di Camus.

E molto altro, tra aneddotica e analisi sostanziale: abbastanza per occupare una o più monografie o tesi di laurea: ammesso, beninteso, che essere oggetto oggi di una tesi di laurea possa essere annoverato tra i punti a proprio favore.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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