Olivia Laing: New York, arte e solitudine nel saggio “Città sola”

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Olivia Laing

Questa storia può capitare a chiunque. Si incontra qualcuno, ci si innamora, si immagina una vita insieme. Poi uno dei due cambia idea. È quello che è successo a Olivia Laing, scrittrice e critica letteraria per alcune delle testate britanniche più famose, che qualche anno fa aveva lasciato Londra per seguire il suo amore a New York. All’improvviso si è trovata sola, in una città che non conosceva, abitata da persone per lei sconosciute, a orecchiare i bisbiglii delle vite degli altri. A un certo punto ha iniziato a sentirsi sempre più come la donna del quadro di Hopper Tavola calda, col cappello e il cappotto verde, mentre fissa una tazza di caffè. Olivia Laing decide allora di cominciare a tracciare una mappa della solitudine umana e lo fa leggendo storie di artisti e visitando i luoghi in cui questi hanno vissuto.

Nasce così Città sola, pubblicato da Il Saggiatore, esempio di scrittura e di analisi che corre per le strade di New York a partire dagli sguardi di Edward Hopper, i cui dipinti sono popolati da persone sole in pose sofferenti, che emanano disagio e incomunicabilità. Solo è anche Andy Warhol, nonostante la sua Factory fosse tra i luoghi più cool dell’epoca: il genio artistico in realtà frapponeva tra lui e gli altri molteplici strati di tecnologia. La solitudine dell’essere diverso diventava l’aspirazione a essere simile alla moltitudine per sfuggire alla discriminazione e all’isolamento.

Edward Hopper, Tavola calda, 1927

L’artista per cui Laing prova più empatia è David Wojnarowicz. Sopravvissuto a un’infanzia e a un’adolescenza di abusi, ne emerse con un senso di profondo distacco e disagio dovuto anche alla non accettazione della sua omosessualità. Divenne uno dei protagonisti della scena artistica newyorchese degli anni ’80 con opere estremamente personali ma di forte impronta politica, come la serie di scatti con il volto di Rimbaud che esprimono un forte senso di conflitto, tra il desiderio di uscire dalla prigione dell’io, e di nascondersi, allontanarsi e scomparire.

Due figure di donna spiccano come forse le più sole in assoluto, perché non è rimasta traccia della loro arte. Entrambe gravitavano attorno ad artisti più famosi. L’opera di Josephine Nivison, in vita derisa e sminuita dal marito Edward Hopper, venne cancellata dai curatori del Whitney Museum di New York che si disfecero dei suoi quadri. Quanto a Valerie Solanas, la scrittrice che desiderava creare una società più solidale, impazzì e sparò a Andy Warhol, e le sue parole finirono per essere ricondotte sempre e solo a quel gesto estremo.

David Wojnarowicz, Rimabud a New York

Le riflessioni di Olivia Laing si allargano ad indagare la connessione tra arte, diversità e solitudine. Qualunque ne sia la causa, l’esclusione sociale può portare più rapidamente alla malattia e alla morte. L’arte può offrire una soluzione: dando voce alla sofferenza, si offre come un tentativo di riparazione e di cura perchè l’arte sa dire e sa ricucire le ferite della solitudine. Se il passato non si può cambiare, quello che conta alla fine è smettere di nascondersi: perché la cura per la solitudine non è incontrare qualcuno. La solitudine è una città, nessuno sa come abitarla ma tutti la vivono, e l’unica vera soluzione è l’empatia, guardare e scavare nelle vite delle persone per capirle, così da creare comunità che cooperano per raggiungere fini comuni.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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