#ArtSpecialUNESCO – L'”Ultima cena” in Santa Maria delle Grazie

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Fu durante il suo primo soggiorno a Milano che Leonardo da Vinci, artista poliedrico tra i massimi esponenti del rinascimento italiano, realizzò per Ludovico Maria Sforza, detto il Moro, uno dei capolavori più alti dell’arte italiana, nonché patrimonio dell’umanità dal 1980. Parliamo dell’Ultima cena alla quale Leonardo lavorò tra il 1494 e il 1498 e che ancora oggi, nonostante il deterioramento al quale nemmeno i recenti restauri hanno trovato rimedio, è possibile osservare su una delle pareti del refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano.

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Gli apostoli Matteo, Taddeo e Simone – ultimo gruppo alla sinistra di Gesù

L’immagine, famosissima icona della cristianità e già tema costante sulle pareti dei refettori fiorentini (pensiamo all’Ultima cena di Andrea del Castagno affrescata in Sant’Apollonia a Firenze), viene rappresentata da Leonardo in modo del tutto originale presentando delle peculiarità stilistiche e compositive fortemente innovative.

È con Leonardo, infatti, che l’episodio della rivelazione del tradimento diventa scena teatrale: gli apostoli, appena udite le parole di Cristo «in verità vi dico, uno di voi mi tradirà», si scompongono e si agitano assumendo posizioni che risultano in contrasto con la figura immobile e a braccia aperte del Cristo al centro della tavola. La mimica facciale dei volti e le gestualità dei corpi ci suggeriscono i moti interiori dei commensali che, tutti senza aureola (ulteriore elemento di novità), siedono dalla stessa parte del tavolo (compreso Giuda offuscato dall’ombra del peccato) e sono organizzati nelle loro pose in quattro gruppi da tre.

La scena è inserita in uno spazio virtuale reso ampio dalla prospettiva che si coglie guardando non solo il soffitto a cassettoni, ma anche le pareti laterali scandite con ritmo regolare dai tendaggi.

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Filippo, ultimo apostolo del primo gruppo alla sinistra di Gesù

La successione dei piani che in tal modo l’artista ricava, sembra non esaurirsi mai: sullo sfondo, infatti, tre finestre si aprono alla natura proiettandoci verso un paesaggio sfumato e infinito.

La visione d’insieme dell’opera ci suggerisce un confronto con l’Adorazione dei Magi, dipinta da Leonardo nel 1481 per i monaci di S. Donato a Scopeto. Anche in questa tavola il pittore, dopo aver presentato la scena principale che vede al centro la Vergine con il bambino e intorno un gran movimento causato dall’incarnazione di Cristo, indica all’osservatore di aprire lo sguardo verso lo sfondo dove i contorni degli elementi architettonici e della natura cessano di essere ben delineati, perché lontani e quindi meno visibili.

Il valore di questo manufatto artistico era già stato compreso dai contemporanei di Leonardo, almeno secondo il Vasari che nella raccolta delle biografie Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori scrive:

[…] La nobiltà di questa pittura, sì per il componimento, sì per essere finita con incomparabile diligenza, fece venire voglia al Re di Francia di condurla nel regno, onde tentò per ogni via, se ci fussi stato architetti, che con travate di legnami e di ferri, l’avessimo potuta armare di maniera, che ella si fosse condotta salva; senza considerare a spesa che vi si fusse potuta fare, tanto la desiderava. Ma l’esser fatta nel muro fece che Sua Maestà se ne portò la voglia, et ella si rimase a’ Milanesi.

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Dettaglio vegetale delle lunette sovrastanti la composizione

Il Re cui fa riferimento il Vasari e che tanto era rimasto colpito dal cenacolo leonardesco, è Luigi XII, predecessore del Re Francesco I che ospiterà Leonardo in Francia nel Castello di Cloux, presso Amboise, dove il genio artistico troverà la morte nel 1519.

Se è vero che i due strati di preparazione gessosa stesi su intonaco rappresentarono la base perfetta per l’esecuzione magistrale della raffigurazione perché diedero la possibilità al pittore di tornare più e più volte ad aggiungere o modificare dettagli, allo stesso tempo hanno significato il lento deterioramento cui sembra essere condannato l’affresco. I volti rovinati degli apostoli, oltre alle compromesse decorazioni vegetali nelle lunette sovrastanti la composizione, e in generale tutti i colori oramai offuscati dall’umidità dei luoghi, denotano una perdita di pigmento non più sanabile, nonostante i recenti restauri abbiano restituito un poco di quella brillantezza che doveva essere propria dell’opera non appena realizzata.

Tuttavia, a dispetto dei problemi di conservazione, l’opera riesce ancora oggi a parlarci del talento artistico di Leonardo. Quale sintesi dei caratteri principali dell’arte leonardesca sempre tesa all’indagine sperimentale, l’affresco ci trasmette l’idea del Leonardo delle emozioni, delle atmosfere, della teatralità, della gestualità e descrive un momento fondamentale del Rinascimento maturo italiano per la costruzione prospettica e per la monumentalità della composizione.

Azzurra Baggieri per MIfacciodiCultura

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