#Ontheroad: Kamakura 鎌倉, una città verde antico pennellata da Hiroshige

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Vi è un artista che, parimenti nel Sol Levante quanto nel mondo occidentale, è conosciuto come uno dei maestri dell’Ukiyo-e, ossia del mondo fluttuante. Tra il ‘600 e l’800, diversi artisti si cimentarono nel tentativo di realizzare riproduzioni fedeli della realtà catturandola nella dimensione della fugacità, raccogliendo dettagli infinitesimali di ombre blu che si muovono nei campi di riso su uno sfondo di un carnevale rosso cangiante, che come un ricamo fittiziamente brillante si apre davanti a un Monte Fuji intento a scandire le stagioni. Tre nomi, tre sono i rappresentanti del Periodo Edo (1603- 1868) che sono rimasti impressi negli occhi e nell’interesse dei più, tanto che i primi due sono in mostra fino al 3 marzo 2019 al Museo Civico Archeologico di Bologna: Katsushika Hokusai, Utagawa Hiroshige e Kitagawa Utamaro.

Il tratto peculiare che accomuna i maestri dell’Ukiyo-e sta nell’essere riusciti a percepire e catturare lo scenario più antico di tutti, quello più primigenio che è nella mente di ognuno di noi. Istintivamente, tendiamo sempre a ricercare un punto di partenza, l’elemento più semplice e scarnificato della storia, quello che è archetipo dell’inizio e della semplicità. Nelle parole di un haiku, il principio dei tempi può essere descritto più o meno fedelmente così:

Crepuscolo autunnale: / da solo faccio visita / a un’altra solitudine”

Luna e fiori:
incomprensibile
questo mondo!
(Issa, Haiku)

L’inizio di tutto, a cui tutti tendiamo a ritornare sempre, è dunque la solitudine? Sì e non solo. I giapponesi hanno elaborato un tipo di pensiero particolare: la poesia del vuoto. Del vuoto e del silenzio, dell’incedere del tempo ma comunque del restare aggrappati a una realtù propria e intoccabile: la solitudine e il mantenimento di questa, la casa come nido pascoliano e un regno ancestrale di ricordi senza ornamenti, scenografia essenziale che rimane di sfondo compartecipe per tutta la vita.

“Il maestro della pioggia e della neve”, così chiamavano Hiroshige, è a tutti gli effetti il capitano del Ma, un termine tipicamente orientale al centro del Buddismo Mahayana che fa riferimento a una pausa, a un vuoto tra due elementi o tra due mondi, tra il qui e il là, tra il passato e il futuro, uno spazio mentale o fisico, una distanza reale o incognita. C’è sempre un lasso temporale o mentale in cui si deve tirare un respiro, in cui non ci si trova in nessuna situazione, e a Kamakura si ha la percezione sottile di avvertirlo. Fluttuante è il tempo, si ha bisogno del Ma e allo stesso tempo lo slancio vitale si contrappone costantemente alla primigenia quiete. Si va e si torna, in un mondo che Eraclito già aveva compreso essere in continuo scorrere, senza sosta, entro un ticchettio ininterrotto al ritmo di un pendolo che quasi non emette rumore alcuno.

Hiroshige: il ritiro a Tokei-ji

Kamakura rappresenta questo: un Ma vivente, una cura dell’ambiente che è una sospensione dall’ambiente stesso; vi è qualcosa che trascende la fisicità del luogo e s’incarna entro una realtà compresentemente viva e allo stesso tempo nascosta. Accade di avvertire la consapevolezza di questa sospensione tra passato e presente oltre che tra ciò che è reale e fantastico insieme già quando si giunge alla stazione, punto d’arrivo estremamente ridotto come dimensioni e già incanalato verso l’uscita. Si prosegue con la sensazione del flutturare in uno spazio non ben definito concretamente quando si raggiunge il tempio Tokei-ji. Un tempo, questo era dedicato alle donne che fuggivano da mariti violenti o da situazioni economiche non favorevoli post divorzio. Si trattava, all’epoca come ora, di un luogo pronto, nell’estetica e nella spiritualità, riequilibrare gli animi e ridonare serenità a delle anime che, scombussolate dal continuo Ukiyo-e, avevano perso il proprio ritmo; uno stallo verde antico distaccato dal mondo ingombrante di notizie e rumori affaticati e perennemente di corsa.

Il rinnovo dopo Tokei-ji

Tokei-ji in un certo qual modo è ambigua: quando entri pare il ritratto ben delineato di una figura di Hiroshige, tratteggiata con colori blu vivi ma dalla pelle bianca stanca dalle afflizioni reali, ma quando si esce si avverte come l’aura di una ben volonterosa fisionomia rossa di Utamaro pronta a sedurre la città con la propria anima rinnovata.

Di seguito, sul cammino a Kamakura abbiamo incontrato Kenchō-ji (建長寺), il più antico tempio buddista sul suolo giapponese costruito nel 1253. Andò distrutto e in seguito fu ricostruito: oggi è costituito da un monastero e da edifici minori, oltre alla presenza di un giardino zen imperdibile, specialmente durante la sakura, con i ciliegi in fiore che richiamano la leggiadria di un haiku lontano. Anche se a pensarci, a essere realisti in quel periodo non vi erano fioriture, perciò le parole più veritiere somigliano più a queste, di Matsuo Basho:

Inizio d’autunno:
nel mare e nei campi
un verde solo (Matsuo Basho)

Uno dei dieci diavoli di Kamakura, Enno-ji Temple

Il tempio Enno-ji è stata la penultima tappa della mattina a Kamakura. Lo shrine è raggiungibile tramite una salita e, all’arrivo, uno scenario rosso intricato nella vegetazione attende i pellegrini. Dieci divinità, dieci esseri sovrannaturali dimorano entro un tempio sacro: sono queste a prendersi cura delle anime degli uomini, i quali una volta scoccata l’ora fatidica affronteranno il loro destino, senza più libero arbitrio. Le statue rimembrano molto alla mente occidentale Caronte, solo che invece che traghettare i colpevoli verso una determinata punizione eterna, qui il compito è quello di orientare verso la vita futura.

Non c’è mai una fine, solo un susseguirsi ininterrotto di causa e effetto, un fluire Ukiyo.e che ritorna anche qui, nel simbolico luogo della fine: tutto ciò che è stato fatto in vita verà ridato nella morte, e in conseguenza delle proprie azioni una nuova vita attenderà l’immediato futuro. Un ultimo punto nevralgico da non scordare a Kamakura è Tsurugaoka Hachiman 鶴岡八幡宮, il santuario che pare essere in piedi dal 1191 e spostato dove risiede attualmente da Minamoto no Yoritomo. Eretto inizialmente per il dio della guerra Hachiman, lo shrine è composto da più strutture, che si susseguono una via l’altra in un’ascesi di maestosità e regalità lignea degna d’altri tempi.

Il viaggio a Kamakura è stato una sorpresa che non ha smesso di meravigliare nel pomeriggio, quando d’improvviso, sotto la calura di un’estate sul finir dei suoi giorni ci ha proiettato alla volta di Hase-dera coi le sue state dedicate a Jizo e del secondo Buddha più grande del Giappone.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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