I grandi classici – L’albero, il sacrificio genitoriale rappresentato da una pianta, di Shel Silverstein

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Abbiamo trovato il termine “controverso” riferito a L’albero di Shel Silverstein: dimostrazione una volta in più, se mai ve ne fosse bisogno, che l’analfabetismo funzionale dilaga e che ad esso si accompagna, come la falce nell’iconografia della Morte, l’effetto Dunning-Kruger. D’altronde, abbiamo trovato anche l’aggettivo “irriverente” riferito a questa storia, e usato da Publishers weekly per di più, quindi conviene prendere atto che aveva ragione Silverstein stesso, quando diceva «Penso che i libri, anche quelli per bambini piccoli, possano contenere più di un’idea. Una sola storia può contenerne molte, almeno cinquanta»; prendiamo atto anche del fatto che la molteplicità di idee confonde le stesse, e passiamo sopra all’aggettivazione improvvida.

La copertina del libro

Nel 1964, Shel Silverstein scrive quindi un libro per bambini, intitolato L’albero, e già che c’è lo illustra lui stesso. Silverstein non è un personaggio comune, è poeta, musicista, scrive canzoni per Mick Jagger e Johnny Cash, e colonne sonore per Dustin Hoffman. Vive in una casa galleggiante, disegna vignette per Playboy e finisce in testa alle classifiche di vendita con libri per bambini: certo, tutta questa straripante genialità ed anticonformismo non preparano comunque al successo che ottiene con L’albero, che viene tradotto in oltre venticinque lingue e che ha recentemente toccato i nove milioni di copie vendute. Del racconto esiste anche una bellissima versione animata, con la voce fuoricampo dello stesso autore a leggere il testo – che peraltro è alquanto semplice sia per struttura che per lessico, e di andamento estremamente favolistico (come del resto si addice ad un racconto che ha per protagonista un albero parlante).

Il tutto, con una storia che nella traduzione italiana supera appena le 600 parole. Una storia senza intreccio: l’amicizia tra un bambino e un albero, quest’ultimo immutante mentre il bambino cresce e diventa sempre più esigente. Ed è solo la crescita del bambino che cambierà il rapporto tra i due, mentre l’albero rimarrà sempre nella stessa disposizione d’animo, fino alla fine: cioè di amore assoluto e di totale abnegazione. Sostanzialmente, unilaterale: non a caso, Silverstein intitola il racconto The giving tree, L’albero che dona potremmo tradurre (o L’albero generoso, è stato tradotto), ma l’aspetto del donare nella traduzione italiana si è, sostanzialmente,  perso.

Notiamo appena che suddetta traduzione è del 2000: forse turbata dall’aspetto ecumenico del dono senza contropartita (vedi il titolo, appunto), l’Italia, paese di santi, mercanti e di bottegai, ci ha messo trentasei anni a scoprire L’albero. Tra le “controverse” interpretazioni si annovera stolidamente quella riguardante il concetto di amicizia (Univoca? Unilaterale? Ma veramente?), una più verosimile il rapporto Madre Natura – Essere Umano, a favore della quale gioca anche l’inquietudine esistenziale umana, perennemente insoddisfatta e alla ricerca di una quiete che sembra coincidere con la soddisfazione di bisogni materiali, il cui orizzonte degli eventi però si sposta continuamente. A convincerci maggiormente, però, è un’interpretazione basata su una visione della genitorialità.

Shel Silverstein

«Il sacrificio…» esclama un Lucifero beffato e frustrato nell’ottimo horror Constatine, alle prese col valore intrinseco di questo concetto. Il quale non dovrebbe essere discosto, appunto, da quello di genitore. Non arriviamo a dire che dal momento della loro nascita esistiamo solo come futuro ricordo dei nostri figli e che pertanto le nostre azioni debbano tenere conto esclusivamente di ciò: ma la parola chiave della genitorialità, e che potrebbe riassumere L’albero è abnegazione. Dedizione totale, sacrificio, rinuncia qualora il caso e la necessità lo richiedano, sino alla coincidenza col significato etimologico che, guarda caso, ha a che vedere con la negazione, di sé nella fattispecie. Il che, è esattamente quello che accade nel racconto, da parte dell’albero-genitore, che si definisce solo un base al benessere del bambino e della propria capacità di dare una risposta positiva alle esigenze di questi: un annullamento di sé che porta, però, alla felicità reale e concreta.

La mamma è come un albero grande che tutti i suoi frutti dà: per quanti gliene domandi sempre uno ne troverà. La letteratura è piena di tali esempi di abnegazione. Materna e paterna.La realtà, molto meno. Ma per il cuore della mamma che chiede al figlio se si è fatto male cadendo, nonostante le sia stato strappato dal petto, c’è il vecchio de Lo stregone e il giocatore che chiede alla Morte «Io sono un vecchio inutile, puoi prendere di meglio: tu dammi ancora un solo giorno, e in cambio ti darò mio figlio». La realtà comprende ogni sfumatura, e L’albero di Silverstein, che contiene decine di idee, va probabilmente preso come un ideale a cui tendere. Scimmiottiamo Schopenhauer: La commozione, leggendo “L’albero” di Shel Silverstein, è intimamente connessa alla bontà d’animo. Ne consegue che chi non piange leggendo ”L’albero” non può essere di animo buono.

Il che non è risolutivo, ma è certamente un buon indizio.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura 

https://www.youtube.com/watch?v=zw5wbbX2tgYI

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