#Ontheroad: Kamakura 鎌倉 e le statue Jizo, “gioiello della terra”

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Non sono nemmeno due ore a separare la capitale del Sol Levante da Kamakura, e percorrerle di nuovo con lo Shinkansen (JR ticket alla mano) non è certo una noia, vista la comodità e il silenzio che vi regnano, come in qualsiasi stereotipo giapponese. I binari o il treno scorrono rapidi e in un baleno si giunge nella cittadina che è un tempio verde pullulato di statue jizo.

La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia (Arthur Schopenhauer)

(Ji= terra; zo=grembo o gioiello)

Jizo è una divinità del buddhismo Mahayana ed è protettrice dei bambini e dei viaggiatori: solitamente viene rappresentata con un Shakujo, ossia un bastone che prepara gli insetti e gli animali della terra dell’arrivo del passo imminente per non essere schiacciati e nella sinistra lo Cintāmaṇi, niente meno di un gioiello in grado di esaudire i desideri di chiunque. Da sempre, l’uomo ha anelato a raggiungere una condizione di distacco, di separazione dal mondo e dai suoi ritmi serrati e frenetici dettati dalle società avanguardiste, raggiungendo una pace personale. Non per forza si deve parlare di atarassia (=distacco dal mondo) teorizzata da Schopenhauer, bensì della ricerca di un silenzio primigenio avulso da fonti esterne di intrusione, circondati unicamente dalla presenza di un’entità sovrannaturale (Jizo= terra e grembo) che ha rinunciato al Nirvana per rimanere sulla terra e affiancare le anime nel loro percorso.

Ovunque, a Kamakura ci sono statue di questa divinità, sorprendentemente sorridenti e dall’aria serafica, con le mani unite e dalle fattezze varie, alcune piccole e vicine (come le tante affiancate all’intenro della grotta Benten-kutsu ad Hase-dera) oppure di dimensioni più considerevoli. Un’eterogeneità di forme, tutte a testimoniare lo stesso messaggio: ognuno deve ricercare la propria illuninazione (bhodisattva) all’interno del proprio percorso, singolo e illuminato di un colore speciale.

Devo essere felice o morire, perché la mia condizione terrena è piena di una tristezza insostenibile e io do la colpa a Dio anziché a me stesso (Jack Kerouac, Diari)

Secondo una di quelle leggende che permangono nell’inconscio collettivo, nemmeno troppo celata nei meandri oscuri del “non ancora conosciuto”, all’alba dei tempi un monaco di nome Tokudo Shonin si ritrovò davanti un enorme albero di canfora. Decise di inciderlo, realizzando due statue entrambe dedicate al dio della misericorda e della compassione Kannon: una delle due venne donata al tempio Hase-dera situato presso la prefettura di Nara mentre l’altra venne lasciata al mare, che se ne appropriò. Nel 736, però, il mare con l’atteggiamento di una divinità, che si puà immaginare come il Colombre di Buzzati, restituì la statua della misericordia all’uomo, facendola naufragare in un punto della spiaggia di Nagai (penisola di Miura) vicino al punto  in cui oggi sorge il templio in uno onore.

Hase-dera è il vero gioiello di Kamakura, e si eleva entro un regno di vegetazione e rigore estetico impeccabili, come una fiaba che cresce sempre di più, distaccandosi dal mare e raggiungendo le infinità bianche del cielo. All’inizio, entro l’umidità di un grotta (Benten-kutsu) su una parete illuminata da un sussulto giallo si incontrano più di 50 000 statue jizo, portate lì in meno di settant’anni da madri che hanno avuto gravidanze interrotte.

Entrata di Hase-dera

Si prosegue nel verde tra statue protettrici dai volti grigi nascosti dalle foglie curate ma comunque matrigne, con ai lati un promontorio esplicito e senza veli che fionda lo sguardo dritto sul mare. Lungo la strada, si incontrano laghetti in cui carpe variopinte tratteggiano linee ballerine e si inseguono nel fluire della corrente: loro, le vere geishe eleganti e leggiadre, protettrici di una natura contaminata dall’uomo che qui rimane pur sempre padrona indiscussa. Le tre statue di Jizo sono molto piccole, ma cercandole le si trova in mezzo al verde lungo l’ascesa verso Kannon-do hall, in cui è ospitata la statua a undici teste, quella della leggenda di Shonin e motivo della costruzione del tempio.

Undici sono gli sguardi che la statua  ìn oro e canfora riesce a captare: la vastità del mare, le illuminazioni differenti, le salvezza auspicate per ognuno, la metà delle ore del giorno meno una. Vi è poi la sala Amda-do, con la statua Yakuyoke Amida Budda che raggiunge ben tre metri di altezza, oltre a un archivio (Kyozo Sutra) e a un museo. In un tramonto travolgente e già nostalgico (era l’ultima sera), l’arancione tardo estivo spruzzava di oscurità le tavolette ema (piccoli monili di legno, in cui ognuno scrive o disegna un pensiero, una preghiera, un ringraziamento o una richiesta personale ai kami, ossia le presenze spirituali che dimorano aleggiando intorno al santuario, jinja) e bagnava la prefettura di Kanagawa con la benevoleza di una frescura rara.

Della frescura
faccio la mia casa,
e qui riposo

(Matsuo Basho, haiku)

Statua di Amida Buddha, alta 11,3 metri

Con un accenno di vento alle spalle e un cono al cioccolato in mano- il più buon dolce giapponese, preso molto vicino ad Hase-dera- l’ultima tappa è stato l’incontro con il Daibutsu, il Grande Buddha alto più di undici metri di altezza realizzato in bronzo, secondo solo a quello di Nara. La statua di Amida Buddha sorhe sui resti di un tempio che oggi non esiste più, Kotokuin. La figura imponente è stata l’ultima testimone di un diciotto settembre che ormai era calato nella notte e con essa si preparava a non incontrarne più per le successive ore del nono messe dell’anno. Era l’ultima, in assoluto. Con in mano un ombrello bianco, o meglio trasparente, che più tipicamente giapponese di quello si muore, la strada verso lo Shinkansen non è mai stata più triste e vuota di aspettative: l’unico programma che rimaneva da organizzare era la sveglia della mattina successiva per raggiungere Nareta Airport, con quelle tredici ore direzione Milano Linate.

Poi, però, un pensiero arancione come il tramonto di poco prima, si è reso conto che quella notte non era ancora terminata. Ebbene sì, con un itinerario progettato a puntino ci siamo riuscite a perdere proprio all’ultimo momento, e non è mai stato così bello.

 Ciliegi sul far della sera / anche quest’oggi / è diventato ieri (Kobayashi issa, haiku)

Nostalgia

Perdersi in una città straniera per cercare un ristorante di sushi che chiuda il cerchio di un’esperienza culinaria che in Italia non si può raggiungere, sa abbastanza dell’assurdo.  Con i telefono quasi scarichi, ombrelli acquisati occasionalmente nell’unico e ultimo negozio aperto a Kamakura, a Tokyo nulla è mai stato più attraente del ristorante Gonpachi a Roppongi, che abbiamo scoperto essere uno dei più occidentalizzati della capitale e frequentato da diverse celebrità del calibro di Johnny Depp (foto annesse all’entata). Sull’addormentarsi l’ultima sera in albergo non c’è molto da dire, semplicemente ho svolto le azioni meccanicamente senza morali o tristezze repentine: ho preferito far finta di nulla, come spesso capita di fare quando si ha molto da esprimere nell’immediato futuro ma in quel momento si ha in testa solo l’abbozzo di racconti e carte lucide di velata nostalgie.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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