Buoni propositi per il 2019: vincere il Nobel per la Pace con Mimmo Lucano ed il modello Riace

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Il 2018 è stato l’anno della sconfitta dei diritti umani. Anche a livello dei diritti animali, a dire il vero, ma questo è un altro discorso, sebbene ampli gli orizzonti della sconfitta. Che è finalmente un fenomeno di portata mondiale, globale: in testa l’Africa, quella casa rasa al suolo ed inabitabile dove i derelitti della Terra non vogliono saperne di rimanere. Ma il Sudamerica sta riguadagnando terreno, l’est Europa si fa sentire (brillante il tentativo dell’Ungheria di reintrodurre una larvata forma di schiavitù), per quanto riguarda il Nordamerica basta il nome, Trump. E ancora Turchia, Pakistan, Corea, Congo. Non possiamo dar conto di tutti gli tsunami di violazioni dei diritti umani. Per questo, ci schieriamo sicuramente a favore dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace alla città di Riace, ovvero al suo sindaco Mimmo Lucano.

Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Siate il peso che inclina il piano. Siate sempre in disaccordo perché il dissenso è un’arma. Siate sempre informati e non chiudetevi alla conoscenza perché anche il sapere è un’arma. Le parole di Bertrand Russell sono giustificazione necessaria e sufficiente. Perché non è vero che l’Italia rischia di diventare uno Stato-Canaglia, come paventato da più parti. L’Italia è già, uno Stato-Canaglia: perché se è vero che le politiche di respingimento dei migranti sono da imputare in primis all’Unione Europea, come dice Amnesty International, è ancor più vero che l’Italia è complice ben volonterosa ed in primo piano, con più provvedimenti ed iniziative, azioni ed omissioni.

E l’Italia è sempre più il Paese della legalità ad intermittenza, dell’intransigenza riservata soltanto agli avversari politici ed ai soggetti deboli. Per cui, auspichiamo il Nobel per la Pace a Lucano e Riace Tutta: perché non possiamo non concordare con Mimmo Lucano stesso quando spiega che «Riace aveva ribaltato il paradigma immigrazione = paura e disagio sociale. E se si è fatto in un piccolo paese della Calabria vuol dire che si poteva fare ovunque. Proprio quello che non volevano». Così, mentre viene liberalizzato su scala molto più economicamente elevata proprio quello che è stato contestato al sindaco (l’affidamento

Mimmo Lucano nella “sua” Riace

senza gara del servizio di raccolta rifiuti), cosa che sembra un vero e proprio messaggio, il paese si è svuotato e sta, nuovamente, agonizzando.

A livello legale, di giurisprudenza, potrebbe anche darsi che vi sia un fondamento nelle accuse a Mimmo Lucano. È proprio per questo che sarebbe importante la candidatura di Riace e Lucano al Premio Nobel, come lo è stata l’assegnazione nel 2018 a Murad e Mukwege. Perché il Premio Nobel, in fondo, è un segnale, ed il conferimento a Riace/Lucano sarebbe un segnale importantissimo, per l’Italia e per il mondo intero. Mostrerebbe al mondo, infatti, che un’etica deve esistere, che la Commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite Michelle Bachelet aveva denunciato con cognizione di causa le conseguenze devastanti per i diritti umani della politica di chiusura dei porti, che questo ed altri provvedimenti che ci vedono autori come Stato sono intollerabili crimini contro l’umanità, e che è perfettamente inutile da un punto di vista etico trincerarsi dietro una legalità di comodo.

A sua volta, un’istituzione come il Premio Nobel vive di politica e fa politica: perciò è importante anche che esso stesso rivendichi il proprio ruolo di difensore dell’etica umanistica prima che della legalità politica, e condannare l’uso strumentale della legalità. L’ostracismo politico, i provvedimenti razziali e la lotta all’integrazione e alla solidarietà non sono aspetti sociali che il Comitato Norvegese per il Nobel può permettersi di lasciar passare inosservati: Riace e Mimmo Lucano sono l’occasione concreta di inviare un segnale in positivo, danno sostegno fattivo ad un modello umanitario e sociale che funzionava senza controindicazioni etiche di sorta; in chiaroscuro, di condannare ciò che vi si è posto contro.

Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta ma l’infezione serpeggia», disse  Primo Levi. Abbiamo ricominciato da qualche tempo a ricostruire i muri, quando ancora non si era del tutto posata la polvere del loro abbattimento; sono ricomparsi i lager, le persone marchiate con numeri sulle braccia, la gente lasciata morire di stenti, le distinzioni razziali, la politica dell’odio e del nemico. Non auspichiamo semplicemente che il Comitato Norvegese assegni a Riace e Mimmo Lucano il Nobel: lo aspettiamo come si può aspettare una luce, ancorché piccola, in un buio che si va facendo sempre più fitto. Olocausto, apartheid e schiavitù sono stati perfettamente legali, mentre erano reati le loro forme di solidarietà speculari.

Legalità e moralità non sempre coincidono, mentre dovremmo sempre cercare, sapendo che è utopia, di farle coincidere il più possibile: altrimenti, il dissenso è la strada da percorrere, seguendo pensieri illuminanti come quelli di Russell e ricusando tutti quelli oscurantismi che si fondano su ignoranza e paura della diversità.

Abbiamo bisogno di questo Nobel per la Pace a Mimmo Lucano e alla città di Riace.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura.

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