I grandi saggi – Avere o essere?, la scelta sociale appare fatta, rimane la chance individuale

Avere o essere? di Erich Fromm

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Quante riflessioni scatena già il titolo, Avere o essere?, questa domanda dicotomica, questo dilemma (per molti, ma non per tutti) di natura manichea e amletica. Perché di questo si tratta: se si ricusa la modalità che porta alla facoltà creatrice dell’essere, si piomba in quella distruttiva dell’avere, dal che se ne deduce che avere equivale a non essere.

Un’edizione del volume

Stiamo parlando, naturalmente, di Avere o essere?, lavoro del 1976 di Erich Fromm, nel quale la dicotomia del titolo viene esplorata nel minimo dettaglio, partendo dalla tradizione del pensiero filosofico mondiale sulla questione. «Dicendo essere o avere, non mi riferisco a certe qualità a sé stanti di un soggetto… mi riferisco a due fondamentali modalità di esistenza, a due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, a due diversi tipi di struttura caratteriale, la rispettiva preminenza dei quali determina la totalità dei pensieri, sentimenti e azioni di una persona». Era, dicevamo, il 1976; la digressione storica di Fromm è importante, specie in questi tempi natalizi e di Ferragnez, ché altrimenti potremmo essere indotti a banalizzare la riflessione con un improvvido O tempora o mores riferito ai nostri giorni, contestualizzato rispetto ad esempio alle file per accaparrarsi l’ultimo costosissimo modello di scarpe di plastica.

Uno dei grandi pensatori del XX secolo, Fromm ha lasciato opere quali Anatomia della distruttività umana, La disobbedienza e altri saggi, Psicoanalisi della società contemporanea, I cosiddetti sani – patologia della normalità: se un limite dobbiamo trovare al pensiero di Fromm, è un ottimismo razionalistico pur sulla scorta di un’analisi lucidissima ed impietosa, che fa sì che Avere o essere? sia anche un vero e proprio tentativo didattico, finalizzato al liberare le energie creative dell’uomo, e nel contempo a mettere in atto strategie difensive rispetto alla teoria edonistica mistificatoria del possesso e alle manipolazioni dei promulgatori di tale teoria. Fromm, insomma, crede nella capacità dell’essere umano di uscire dal ruolo di mero ingranaggio inconsapevole, come peraltro lo dipinge larga parte della cultura e dell’arte novecentesca susseguente all’industrializzazione estrema.

Nel 1976, in Avere o essere? Fromm scrive che «grazie al progresso industriale abbiamo potuto credere di essere sulla strada che porta a una produzione illimitata e quindi a illimitati consumi» (una tematica ben illustrata antecedentemente dalla fantascienza); da questa “Grande Promessa”, discende che il raggiungimento del benessere e della comodità per tutti avrebbe avuto come risultato la felicità per tutti. La Promessa, secondo la definizione di Fromm, è stata tradita: il divario economico tra chi ha e chi no (siano Nazioni, classi sociali o individui) si è ampliato – nel 1976 – a dismisura, il progresso tecnico ha determinato incredibili rischi ambientali, ci si è resi conto che la soddisfazione dei desideri non comporta felicità. Dulcis in fundo, ci si è resi conto che «il sogno di essere padroni assoluti delle nostre esistenze ha avuto fine … siamo tutti divenuti ingranaggi della macchina burocratica e che i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri gusti sono manipolati dai governi, dell’industria e dai mezzi di comunicazione di massa».

Erich Fromm

Era, lo ripetiamo ancora, il 1976: Fromm analizza lo staus quo per come lo vede, senza poter immaginare di star descrivendo una visione futuribile in cui tutto ciò, a distanza di oltre un quarantennio, è presente in modo costante ma amplificato nella sua portata in maniera esponenziale. Del resto, Fromm cita il discorso di Albert Schweitzer alla consegna del Premio Nobel, nel 1952: «Le coscienze non possono non essere scosse dalla constatazione che più cresciamo e più siamo disumani».

Parla di edonismo radicale e egotismo illimitato, Erich Fromm: definizioni sotto le quali si situa il bisogno di possedere come metodo sovrano, per non dire unico (almeno, per chi segue la modalità Avere) di definizione dell’Io rispetto a se stesso – io sono tanto più quanto più ho. Habeo, ergo sum: non serve molto altro per dire dell’attualità di Fromm, che peraltro riesce a veicolare e ad articolare concetti di peso con precisione e leggerezza, risultando appassionante alla lettura quasi quanto un romanzo distopico. Avere o essere? si configura quindi anche come un’ampia riflessione sull’avidità, uno dei sette peccati capitali, una colpa dantesca, un argomento topico letterario – molto natalizio anch’esso, nella tradizione dickensiana ma non solo, e per tacer di Shakespeare; Fromm, autore anche de L’arte di amare, a tratti ci dice che non è l’amore, ma l’avidità che fa girare il mondo (Gordon Gekko sarebbe d’accordo)..

Ma ancora, al netto dell’idea dell’autore che tutto ciò possa vedere un’inversione di tendenza, si potrebbe tradurre e sintetizzare il tutto anche con un Cupio, ergo sum: Non posso mai essere soddisfatto perché i miei desideri non hanno mai fine e, come nota il professor Anatolij Balasz, è previsto che io invidi quelli che hanno più di me, anche perché è in questa invidia che essi trovano soddisfazione (anziché nel bene materiale in sé).

Lungi dall’essere una società altamente sviluppata o primitiva, in cui «il comportamento economico era determinato da principi etici», la nostra società abortita deve anzi guardarsi da color che hanno meno: col che, il messaggio di Erich Fromm e di Avere o essere? che ricaviamo per questo Natale 2018 è concluso. La domanda, del resto, nel senso della scelta sociale già ampiamente effettuata, ci è parsa da subito pleonastica e di segno opposto a quella dell’autore.

Avidità e pace si escludono a vicenda – Erich Fromm

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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