Hokusai e Hiroshige: il mondo fluttuante al Museo Archeologico di Bologna

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“Kuniyoshi, Il visionario del mondo fluttuante”, in mostra a Milano nel 2017

È di nuovo Bologna, città della musica secondo l’UNESCO ma indubbiamente dell’arte in generale, a ospitare una mostra interamente ambientata nel Sol Levante di qualche tempo fa. Dopo Giappone: storie d’amore e guerra, due dei maestri dell’Ukiyo-e tranne Kitagawa Utamaro, che era presente con le sue sinuosità femminili immerse nelle curve di un futon avvinghiate a qualcuno, ritornano sulla scena. Questa volta, a ospitarli non sarà più Palazzo Albergati ma il Museo Civico Archeologico, che fino al 3 marzo 2019 punterà oltre l’onda, continuando il percorso che vede collegate le diverse esibizioni degli ultimi anni: come un fil rouge in movimento, si parte da quella Hokusai, Hiroshige e Utamaro al Palazzo Reale di Milano fino a quella del 2017 su Kuniyoshi, visionario del mondo fluttuante, passando per Roma (Hokusai, all’Ara Pacis).

Per il centocinquantesimo anniversario delle relazioni bilaterali Italia-Giappone, l’Ukiyo-e ritorna ad essere protagonista nella sua policromia azzurrina e pura, con soggetti ancestralmente pensierosi nella confusione del tempo che scorre.

Le stampe del mondo fluttuante, come si chiamavano all’ora, proponevano un modo di vedere la natura che nel tempo rimase inarrivabile, contribuendo a costruire quelll’alone di leggenda che è giunto sino ai giorni nostri (Igort, quaderni giapponesi)

L’intento non è quello di mettere in contrapposizione bensì, tramite la visione di ben 250 opere direttamente dal Museum of FIne Arts di Boston, quello di perdersi nell’inconsapevolezza del tempo che scorre attraverso il differente punto di vista di Hokusai e Hiroshige. Il secondo veniva chiamato “Il maestro della pioggia e della neve”, e nelle sue silografie richiama alla mente immagini mentali raffiguranti sensazioni sperdute e calme come sperduti e calmi sono gli  haiku di Matsuo Basho o di Kobayashi Issa. Di solito i soggetti, nelle tre righe di vita letteraria, sono celati in qualche nascondiglio al riparo dal pensiero nervoso e ascoltano il silenzio, assorbiti devotamente nell’inverno e nella povere rosa di lune semi dormienti. Le creature azzurrine sono avvolte dalla delicatezza delle prime occhiate al mondo, entro una policromia pregna di dettagli più che mai realistici. Hiroshige, con le sue figure sopite nel nevischio, è l’apoteosi dell’assorbimento totale nell’insonorità circostante dell’inverno, con occhi che saltuariamente si spalancano alle prime luci del giorno fuggiasco.

Ciò che accomuna Hiroshige a Hokusai è la delicatezza intrisa di particolari che richiama fedelmente la realtà ma la trasla su un piano colorato in maniera bizzarra, più simile a un sogno o alle visioni di un bambino che al mondo concreto.

Anche se da fantasma | me ne andrò per diletto | sui prati d’estate (Katsushika Hokusai)

Katsushika Hokusai, “Femenine wave” (1760-1849)

La leggiadria, il mantenimento delle forze vitali entro un’armonia di forme e combinazioni di cromie sono i tratti dominanti del tratto di Katsushika Hokusai. Più grande di quasi vent’anni rispetto a Hiroshige, è a tutti gli effetti un prodigio di sinuosità, creatore e promulgatore di una natura che riflette l’ordine e l’apparente conciliarsi degli elementi ma che, di fondo, nonostante gli intrecci saldi e copiosamente riuniti entro le forme, non può escludere il caos. Mai. Il caos appunto, un’entità che, bando alle apparenze, è ovunque: dimora nei ramoscelli degli alberi in fiore durante la sakura e nelle infinite combinazioni di blu, parola che in inglese è addirittura uno stato d’animo. L’Ukiyo-e è un vortice magistrale di appigli e ricadute, di schiume bianchine e guizzi cobalto profondi nella notte, è l’ennesima giravolta composta di una geisha intenta a danzare all’ifinito su se stessa nella clessidra del tempo, che mai smette di scorrere per il mondo, mentre per i singoli sì.

                                                                        Cose senza memoria

e neve fresca e piccoli salti di scoiattolo 

(Nakamura Kusatao)

Cadono i fiori di ciliegio | sugli specchi d’acqua della risaia: | stelle, | al chiarore di una notte senza luna (Yosa Buson)

Un’armonia razionale entro i confini di un haiku o di una silografia, un rincorrente tentativo di inclusione di equilibrio nella mancata sregolatezza del moto eraclitiano, che tutto può e nulla lascia al caso. Nessuno potrà mai frenare o cambiare il destino ultimo ma, come disse Lou Andrè Salome, tre possono essere le strategie per prendersi gioco di lui e ostacolarlo anche solo momentaneamente lasciando il segno: l’amore, l’arte e la religione. Tutti e tre quesi elementi si ritrovano nella cultura del Sol Levante, che furoreggia di carnosità nelle rappresentazioni di Utamaro, rumoreggia schivamente nei primi silenzi del mondo con gli occhi di Hiroshige e vaga contemplando assorto come un uomo di mezza  età pennellato da Hokusai, tanto simile a un nostalgico ricordo di Ulisse che viaggia per lidi lontani.

Ognuno a suo modo, ognuno per salvaguardare il proprio pezzo di sè catturato là fuori, in una fervida visione Romantica ma mai tanto veritiera e fedele come quella restituita dall’Ukiyo-e.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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