I grandi saggi – Perché scrivere?, il dubbio amletico di Philip Roth davanti alla melma della contemporaneità

Philip Roth e il mestiere dello scrittore

0 579

Perché scrivere? Chiunque affidi alla scrittura una parte consistente e auspicabilmente consapevole della propria esistenza emotiva ed intellettuale non può non chiederselo spesso. Al netto dell’horror vacui che può cogliere alcuni di fronte alla pagina bianca, naturalmente, ché ci sono ben altri motivi per porsi una domanda del genere; e persino al netto delle aspettative individuali, destinate a venir deluse nella quasi totalità dei casi, rispetto a quello che nelle nostre aspirazioni dovrebbe suscitare la scrittura, tra attese di un giudizio e la discrasia tra ciò che ci si attendeva e quello che, a volte (solo a volte), viene percepito e condiviso. Difficilmente la scrittura è felicemente catartica, come possono e sanno esserlo le arti plastiche, tersicoree o la musica: la scrittura non è immediata, nel senso etimologico di non-mediata, richiede applicazione persino nel ricordo, e la quasi totalità del messaggio va perduta  (sia per l’autore che per il fruitore), dopo una fatica a volte immane per stenderlo. Perché scrivere, dunque? Ce lo chiediamo continuamente, dal pozzo di anonimato che ci compete: ma la domanda si fa cogente quanto incontriamo lo stesso dubbio, che non è da tutti però, proposto da Philip Roth.

Philip Roth

Perché scrivere? è una raccolta di “saggi, conversazioni e altri scritti”, edita da Einaudi, che copre l’arco temporale 1960 – 2013, nella quale lo scrittore statunitense-ebraico affronta il tema del titolo, direttamente ed indirettamente, e innumerevoli altri. “Innumerevoli” può sembrare un’iperbole, un artificio letterario: ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza con Roth sa che, con il suo stile peculiare si pone al servizio di un inconsueto (anche per un intellettuale) ventaglio di tematiche, in modo del tutto diverso, ma in un certo senso complementare, alla sua narrativa. Così, Perché scrivere?, parla di Kafka, riporta Conversazioni con Primo Levi, Milan Kundera, analizza i suoi libri ed i suoi personaggi dall’esterno e dall’interno (Zuckerman in primo luogo), “rilegge” Saul Bellow, ci porta ad incuriosirci di autori del panorama statunitense che a noi sono giunti poco e male, parla di tirannia e libertà, di ucronia personale, e, ovviamente, di letteratura; il tutto, diviso in tre parti: Da leggere me stesso e altri, Chiacchiere di bottega e Spiegazioni.

Criticare Philip Roth pone in una posizione da Davide contro Golia: la banalizzazione dell’usare un “paragone preconfezionato” ha una sua ragion d’essere, poiché il limite di Roth, e di molti altri autori, è che non si pone al pubblico e al mondo come intellettuale/scrittore, ma come intellettuale/scrittore ebreo, e questo, nonostante Roth si sia altresì posto nei confronti della cultura ebraica in modo estremamente critico nella sua narrativa (uno dei capitoli della prima parte si intitola Nuovi stereotipi ebraici), sin da Lamento di Portnoy – nondimeno sembra non riuscire a liberarsi del filtro dell’ebraismo, che funge quasi da algoritmo giudicante della realtà. A parte ciò, è evidente che non è possibile riuscire a comprimere il caleidoscopio costituito dalle 500 pagine di Perché scrivere?.

Eleggiamo a nostro riferimento quindi il saggio breve Scrivere narrativa americana, datato 1961: nel quale Roth parte dalla cronaca – nera, nella fattispecie – per arrivare ad una riflessione sul rapporto tra realtà e letteratura. «Lo scrittore americano a metà del ventesimo secolo incontra grandi difficoltà a comprendere, descrivere e poi rendere credibile la realtà. È una realtà che sconcerta, disgusta, manda in bestia, ed è anche motivo di imbarazzo per la nostra scarsa immaginazione. L’attualità si fa beffe nel nostro talento, e ogni giorno saltano fuori figure che sarebbero l’invidia di qualunque romanziere». Lo spunto di cronaca era il duplice omicidio delle figlie di una signora che, di seguito, diviene personaggio mediatico, al pari del presunto assassino, guadagnando una lavastoviglie, un pavimento nuovo e ottenendo i propri 15 minuti di fama come orbata delle figlie, anche battezzando due pappagallini nuovi di zecca con i nomi delle creature che le sono state strappate.

Di seguito, Roth si focalizza su Richard Nixon, un personaggio di una pochezza e squallore al di là di ogni immaginazione, inaudite ed inauviste sino ad allora: al di là di quella, quantomeno, degli intellettuali e narratori suoi contemporanei. «…era tutto talmente sopra le righe, talmente assurdo, bizzarro e stupefacente, che mi sarebbe piaciuto essere stato io ad inventarlo».

In entrambi i casi, lo ribadiamo, siamo nel 1961 del USA: ad una sessantina d’anni di distanza, e con l’avvento della Rete e degli analfabeti funzionali, quello che a Roth e ai suoi colleghi poteva ancora apparire eccezionale è divenuto la quotidianità e la guida culturale assoluta – basti vedere un portale  generico qualsiasi, o un contenitore televisivo pomeridiano. Eppure, questo non manda in obsolescenza il pensiero di Roth: cita Benjamin DeMott che parla di un “inabissarsi nell’irrealtà”, e lo sentiamo vicino; spiega che per gli intellettuali suoi coevi è divenuto impossibile sentire di appartenere al Paese che si sforzano di rappresentare, e noi lo capiamo.

Sempre di più.

Come si suol dire, Scrivere narrativa americana (che contiene molto, ma molto altro) vale da solo il prezzo del biglietto di Perché scrivere?: il resto, è una summa teologica, ma a dar conto del volume – e del titolo – è bastante già questa manciata di pagine dove anche gli osservatori più acuti della realtà «non riescono ad immaginare (fino in fondo, aggiungiamo noi) la corruzione e volgarità e slealtà della vita pubblica». Americana o meno. Il dubbio si espande e ci pervade: perché scrivere? Ma non solo, perché dipingere? Suonare? Studiare, quanto a quello? Partecipare? E solidarizzare, empatizzare? Perché qualunque cosa? Nel 1961, Roth cita ancora DeMott: «il sospetto che di questi tempi si annida in noi è che la facoltà di far cambiar rotta alla nostra epoca, alla mia vita e alla vostra vita, sia andata perduta».

È l’età della melma. Se non stai attendo ti tirano sotto.

Scrivere è quindi una forma di resistenza. Ma perché scrivere? Perché resistere, se «uno scrittore… prova per i nostri tempi un disgusto di proporzioni tali che occuparsene in forma narrativa gli sembra fuori luogo».

Perché scrivere? Ce lo chiediamo sempre, nel nostro microcosmo.

Motivazioni per la scrittura

Noi risposte non ne abbiamo davvero, preferiamo sederci dalla parte delle domande.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

http://www.artspecialday.com/9art/2018/10/11/i-grandi-classici-lamento-di-portnoy-uno-dei-capolavori-per-i-quali-a-causa-dei-philip-roth-non-vinse-il-nobel/

http://www.artspecialday.com/9art/2018/05/23/85-anni-ci-lascia-philip-roth/

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.