I grandi classici – Il giorno della civetta, quando per lo Stato la mafia non esisteva ancora

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Giallisticamente parlando, poi venne Andrea Camilleri, certo. “Poi”, un avverbio di tempo di sole tre lettere, che fa una differenza enorme: “poi” è successo di tutto, Falcone e Borsellino, Faletti e il suo Signor Tenente, il commissario Cattani, quell’invito di Fabrizio Moro a pensare e al quale, Pensa, non succede mai di rispondere a tono. Poi, appunto, è arrivato Camilleri e quel fantastico personaggio di Montalbano, che ha ri-portato la Sicilia al centro dell’attenzione letteraria, così tanto dopo Verga e Pirandello, riuscendo in più a far diventare familiari il dialetto e la costruzione sintattica siciliana. Ma prima, prima di questo poi, tra Pirandello e Camilleri c’era Leonardo Sciascia, e Il giorno della civetta.

Edizione Adelphi del romanzo

Lo leggeremo poi? Lo leggeremo, poi? La scarsità di parole che si spendono oggi su Sciascia fa quasi pensare che questo poi non arriverà mai, ormai; forse, addirittura per una calcolata, lenta ma inesorabile spinta verso l’oblio, una rimozione ovviamente omertosa. Perché Il giorno della civetta, indiscutibilmente il capolavoro di Sciascia, parla di mafia. Un giallo a sfondo mafioso: pubblicato nel 1961 da Einaudi, prende spunto da un fatto di cronaca, e nel 1968 verrà portato sul grande schermo da Damiano Damiani (film omonimo, con Claudia Cardinale e Franco Nero); all’epoca, Sciascia è già una figura di riferimento del panorama culturale e letterario. Il romanzo dà indubbiamente una nuova spinta alla letteratura di genere, ma non è questo, né il già detto riferimento cronachistico, né l’indubbio valore letterario (Sciascia usa con maestria l’andamento dialettale, in modo diverso da Camilleri: meno regionalismi, ma verbo in posizione finale con notevole frequenza, ed un uso assiduo della metafora di sapore popolare) a fare de Il giorno della civetta un romanzo imprescindibile.

Leonardo Sciascia

«Perché, domandò il panellaro, meravigliato e curioso, hanno sparato?». Il romanzo si apre con un omicidio, e immediatamente subentra, sorretto da umorismo e ironia (Sciascia ben conosceva la lezione pirandelliana) il ritratto dell’omertà, uno dei temi dell’opera. Su tutto, ovviamente, le indagini: ma nonostante si prosegua a cercare lo scioglimento dell’indagine, in realtà questa è uno dei nostri cari macguffin, il catalizzatore per una riflessione di carattere molto più generale. Del resto, nel 1972 Leonardo Sciascia aggiunse una dichiarazione programmatica a Il giorno della civetta: nel 1960, all’atto della stesura, lo Stato infatti negava l’esistenza stessa della mafia; a livello letterario, quindi, non esisteva neppure un romanzo che indagasse i meccanismi dell’agire mafioso, le ramificazioni, i modus operandi e, appunto, l’omertà che regge il tutto. Come non ricordare lo zio di Johnny Stecchino?

«…mi si accusa di tenere rapporti coi mafiosi: ma io vi dico che non sono finora riuscito a capire che cos’è la mafia, e se esiste; e posso in perfetta coscienza di cattolico e di cittadino giurarvi che in vita mia non ho mai conosciuto un mafioso». Sciascia, quindi, avverte l’esigenza di intervenire con un testo letterario che portasse alla luce in modo inequivocabile prima l’incontrovertibile esistenza del fenomeno mafioso, e secondariamente tutta la sua portata e drammaticità, partendo proprio dal legame con la politica. Già quanto detto finora sarebbe sufficiente a dar conto della bellezza e dell’importanza de Il giorno della civetta. Nondimeno, Sciascia è anche un fine conoscitore dell’animo umano, e sulla bilancia dobbiamo porre anche il piacere che ci viene dalle osservazioni sui processi di pensiero e dei moti dello spirito, in primis quelli dei rapporti tra coraggio e paura, tra senso della giustizia e agire di comodo.

Locandina e inquadratura del film

Il risultato finale degli intenti e delle doti di narratore di Sciascia lo abbiamo in una visione generalizzata dell’eziologia dell’oppressione, mafiosa o meno: «Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismoa ppendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che oguno se l’appenda da sé… non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall’anticità, una generazione appresso all’altra. Il popolo, la democrazia… sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando. E sai chi se la spassa a passeggiare sulle corna? …i politici, e tanto più dicono di essere col popolo, di volere il bene del popolo, tanto più gli calcano i piedi sulle corna».

Sciascia darà altre opere alla lotta contro la mafia, come Una storia semplice o A ciascuno il suo, e anche altre posizioni drastiche («La mafia si combatte non con la tensione delle sirene, dei cortei e della terribilità. La mafia si combatte col diritto»), ai quali però farà difetto, per così dire, l’effetto dirompente, lacerante di Il giorno della civetta: che è opportuno leggere finché è ancora possibile, anche se la mafia pare sia destinata a sparire entro pochi mesi.

Leggerlo ora, quindi, non poi.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

https://www.youtube.com/watch?v=PaSU8hrgPYQ

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