Sulla soglia dell’eternità: Van Gogh sì, il film di Julian Schnabel credo proprio di no

Nonostante un William Defoe che da solo è un'opera d'arte, il film, nel suo complesso non convince fino in fondo.

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Sorrowing Old Man (At Eternity’s Gate), Sorprendente anziano (Sulla soglia dell’eternità) è proprio il titolo di una delle più significative opere di Vincent Van Gogh, eseguita come litografia nel 1882 e poi in una nuova versione a olio nel 1890 a Saint Rémy de Provence, pochi mesi prima di morire.

Sorrowing Old Man (At Eternity's Gate), 1890, Vincent van Gogh
Sorrowing Old Man (At Eternity’s Gate), 1890, Vincent van Gogh

Quest’opera originale di Van Gogh è di una sofferenza sorprendente (proprio come l’anziano del titolo) nel suo significato: Vincent credeva ad un’eternità che avrebbe sublimato quello che più emerge in evidenza dal gesto del protagonista ritratto: la disperazione. Dopo tutta la spasmodica ricerca di pace attraverso il trasporto su tela della propria inquietudine, Van Gogh credeva che potesse questo della disperazione essere un ponte per quell’eternità di luce e armonia che percepiva ogni volta che riusciva a cogliere nella maestosità della natura l’incantevole e sublime bellezza dell’infinito.

“Vedo ovunque nella natura, ad esempio negli alberi, capacità di espressione e, per così dire, un’anima.”

Un infinito quello del genio olandese che sembra far riaffiorare alla mente il ricordo del canto leopardiano in cui il “core si spaura” di fronte a tanto smarrimento nella natura. Van Gogh trovava nel cielo, nelle stelle, nei campi di girasole e nella natura tutta il senso della sua missione:

“Non é tanto il linguaggio del pittore che si deve sentire, quanto quello della natura”.

Nonostante la totale angosciante disperazione della sua infelice realtà sublimava nel sogno e nella pittura la propria esistenza e ha sempre insistito con tenacia nel suo progetto, sebbene non fosse mai riuscito in vita a farsi comprendere dai più e trovò davvero in pochissimi, oltre al caro fratello Théo e nell’ultimo periodo della sua vita nel medico Félix Rey, quella dose fondamentale di sensibilità ed empatia atta a comprendere lui e il suo saper vedere oltre.

Willem Dafoe è Vincent van Gogh nel film “Sulla soglia dell’eternità” di Julian Schanabel

Ebbene, questa angosciante ricerca in vita da parte di Van Gogh di quello speciale spazio etereo e infinito sulla soglia dell’eternità, per l’appunto, nel film di Julian Schnabel purtroppo emerge solo in parte. Senza dubbio l’interpretazione di William Defoe, premiato alla 75° Mostra del Cinema di Venezia con la Coppa Volpi come Miglior attore e candidato ai Golden Globe 2019 come Miglior attore in un film drammatico, merita decisamente lodi. L’attore è riuscito ad interpretare in ogni movenza una totale e sistemica disperazione interiore del genio olandese. Così, come merita attenzione e lodi la fotografia di Benoît Delhomme, di cui in tutta la pellicola è più che evidente la sottile attenzione a rendere al meglio luci e ombre dei paesaggi della natura francese in cui si trovava a vivere l’animo ingarbugliato di Van Gogh in quegli anni. Ma il film, nella sua totalità, non mi ha convinto fino in fondo. Parte molto lentamente, forse troppo e gli unici dialoghi in cui sembra vibrare davvero il senso della pittura di Vincent Van Gogh sono quelli tra il pittore e il medico amico Félix Rey dopo il famoso episodio di “autolesionismo” in cui Van Gogh si taglia l’orecchio.

Il rapporto con il fratello Théo viene raccontato molto meno di quello che merita (è grazie a Théo che Vincent potrà vivere nella Casa gialla di Arles) e sicuramente meno di quello che chi ha letto le lettere tra i due fratelli van Gogh sul periodo raccontato nel film si potrebbe aspettare. E, infine, anche la relazione complicata con Gauguin viene approfondita dal regista solo quanto basta a rendere evidente la profonda necessità di Vincent di essere compreso, amato e seguito nei suoi sogni.

Julian Schnabel, pittore oltre che regista, tornato a firmare una pellicola dopo i più riusciti Basquiat (suo esordio cinematografico) e Lo scafandro e la farfalla (tratto dal romanzo del giornalista francese Jean-Dominique Bauby del1997), alla presentazione del film a Venezia aveva dichiarato:

“Questo è un film sulla pittura e un pittore e la loro relazione rispetto all’infinito; contiene quelli che sono i momenti che considero essenziali nella sua vita; non è una biografia, ma la mia versione della storia. Una versione che spero possa avvicinarvi maggiormente all’artista”. 

Sicuramente una versione toccante ma, a mio avviso, non totalmente esaustiva nel rendere l’anima speciale che era Vincent Van Gogh. Un’anima sicuramente difficile da comprendere nella sua straordinaria complessità, che il pittore stesso aveva, del resto, ben chiaro, lasciando scritto al fratello Théo in una delle sue centinaia di lettere:

“Non vivo per me, caro Théo, ma per la generazione che verrà.” 

Van Gogh, Notte stellata, 1889

Devo ammettere, però, che in tempi come i nostri, così tristemente a corto di empatia, ogni film che si sforzi di rendere onore a cotanta sensibilità non può che meritare una menzione e una visione. Vi invito, dunque, ad andarlo a vedere al cinema a partire dal 3 gennaio del 2019, godere delle splendide immagini e della mirevole interpretazione di Defoe e poi rituffarvi nella lettura delle Lettere a Théo per provare anche voi a toccare l’animo di Van Gogh, lassù…Sulla soglia dell’eternità.

“Ora capisco cosa cercavi di dirmi,

e quanto hai sofferto per mantenere la tua integrità mentale,

e come hai provato a renderli liberi,

ma loro non vollero ascoltare, non vollero capire…

Spero che lo facciano ora…”

Starry Starry Night, Don McLean, 1971

Valentina Ferrario

 

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