“Natale in casa Cupiello”: con i tuoi, nella disperazione

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Natale in casa Cupiello: con i tuoi, nella disperazione

Natale in casa Cupiello: con i tuoi, nella disperazione«Nel teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita»: così pensava e affermava Eduardo de Filippo, che di teatro se ne intendeva. E se ne intendeva anche di vita, se pensiamo a come palpita la sua opera più famosa, che guarda caso oggi compie qualcosa come 86 anni senza dimostrarli affatto: la commedia tragicomica per antonomasia, Natale in casa Cupiello.

Il registro tragicomico, si sa, è quello maggiormente adatto ad una rappresentazione veritiera e realistica dell’esistenza: così, sulla scena creata da un allora trentunenne Eduardo si rappresenta uno spettacolo di miseria umana inframezzato, screziato potremmo dire, da nuances di riso amaro. Perché si ride in casa Cupiello, o meglio, di casa Cupiello, ma non è mai una risata aperta, piena, spensierata. Le incombenze familiari, i piccoli contrasti che nascondono grossi biasimi e conflitti aleggiano come uno spirito sulle teste dei protagonisti; il finale tragico è lontano, ma lo si annusa nel vento, sebbene arrivi senza preparazione, senza grossi clamori, si presenta suonando alla porta come una Morte vestita di bianco, solo un altro punto sulla retta del continuum temporale, che prosegue senza increspature.

eduardo-natale-2Commedia in tre atti, Natale in casa Cupiello si svolge nell’arco di circa cinque giorni e totalmente all’interno della casa del protagonista principale, Luca Cupiello. Tutto inizia all’antivigilia di Natale, con Luca intento ad allestire in modo quasi maniacale il presepe, per il quale ha una vera passione. In questo è osteggiato sia dalla moglie che dal figlio, in un susseguirsi di battute umoristiche che illustrano la natura della famiglia: un luogo di astio represso, biasimo aprioristico, ostilità, sopraffazione, indifferenza. In questo contesto, inizia a germogliare il dramma. La figlia di Luca Cupiello, Ninuccia, ha un matrimonio che sta fallendo, non ama il marito Nicola e vuole scappare di casa con l’amante Vittorio. La situazione è complicata dal fatto che Vittorio è anche amico del figlio di Luca, Tommasino, ed è invitato alla cena della vigilia di Natale. Nel frattempo, una lettera galeotta è stata consegnata per sbaglio da Luca a Nicola, che ora sa tutto della relazione: altri equivoci, incidenti e casualità fanno precipitare la situazione. Luca, deus ex machina del crollo verticale del matrimonio della figlia, ha generato anche il suo stesso dramma personale: al chiarirsi della situazione e al precipitare degli eventi, Luca ha un ictus che lo condurrà alla morte, tra la disperazione della figlia e di Vittorio che si sentono responsabili.

In vago stile sceneggiata napoletana è il finale patetico, con Luca che, ormai totalmente disorientato dall’ictus, chiede «Te piace ‘o presepio?» (“Ti piace il presepe?”) al figlio Tommasino, domanda alla quale in precedenza egli aveva sempre risposto di no con astio e superficialità: ovviamente, col padre in punto di morte, abbiamo il prevedibile pentimento tardivo di un sussurrato tra le lacrime.

La genesi della commedia presenta degli aspetti interessanti: nata come atto unico da presentare in un cinema-teatro dopo la proiezione di un film ed inizialmente programmata per sole nove repliche, l’opera riscosse un successo immediato che si tramutò in un prolungamento immediato fino a maggio 1932 delle messe in scena e la nascita in due tempi dei due atti successivi, rispettivamente il primo ed il terzo attuali. Umoristicamente, lo stesso Eduardo definì la stesura di Natale in casa Cupiello «un parto trigemino con gravidanza di quattro anni», parto che segnò anche l’avvio della Compagnia del Teatro Umoristico I De Filippo (assieme ai fratelli Peppino e Titina), e della carriera di figure poi importantissime, quali Tina Pica su tutti.

maxresdefault-1-1Eduardo in persona diresse poi due versioni per la televisione, una nel 1962 e la seguente nel 1977, quest’ultima avvalendosi della partecipazione anche di Lina Sastri e Pupella Maggio. Del resto, al pari di diverse altre rappresentazioni (il Canto di Natale di Dickens, Il Grinch, Una poltrona per due, La vita è meravigliosa), Natale in casa Cupiello può essere considerata appieno un classico di Natale. Quindi, come (quasi) tutti i Classici, ha una morale e diversi piani di lettura. A darle valore universale e paradigmatico, la scelta di puntare continuamente l’attenzione sull’elemento del presepe: il quale a sua volta assume vari valori e funzioni, dalla definizione del carattere nostalgico, vagamente ossessivo, sicuramente piccolo-borghese di matrice pseudocattolica che ci presente Luca Cupiello, a quella di catalizzatore comico del primo atto, fino a diventare in conclusione elemento scatenante del patetismo strappalacrime del finale (peraltro, sottolineando come il presepe fosse effettivamente importantissimo a livello di formazione, di imprinting, della personalità di Cupiello, quanto lo era Rosebud per il cittadino Kane). Ma non va dimenticato, e qui sta la grandezza del lavoro di scrittura di un Eduardo, come dicevamo, appena poco più che trentenne, che avrebbe potuto scegliere qualche un altro elemento (al netto ovviamente della tradizione napoletana per il presepe, che comunque era cogente ma non inevitabile) come MacGuffin.

eduardoIl presepe è invece, ovviamente, la rappresentazione della nascita di Gesù Bambino, ma per ciò stesso della famiglia: quella famiglia alla quale il povero Luca, candidamente inconsapevole, è mostruosamente legato. Il pathos della commedia nasce proprio dalla discrasia tra i sentimenti di Luca Cupiello per la propria famiglia, e la realtà. La moglie Concetta è pragmatica e distante, il figlio Tommasino è sfaccendato e critico, Nina infelice in un matrimonio sbagliato; quando la situazione crolla, come essa se ne va anche l’illusione coltivata per anni di aver creato una famiglia felice, che invece si rivela fittizia quanto un presepe: una rappresentazione e nulla più. Alla quale Luca si aggrappa ancora una volta in punto di morte: l’ictus, in un certo senso, non ha fatto altro che confermare la confusione di Luca, l’equivoco che ormai diventa eterno. Luca, così, pare avviarsi in un enorme presepe celeste, cioè la degna conclusione del sogno familiare, e l’uomo è fino in fondo pateticamente ignaro, ancora una volta, della realtà.

Nel teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita.

Appunto.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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