I Grandi Classici – Un sentito Buon Natale con “Il Mercante di Venezia”

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Il Mercante di Venezia
Il Mercante in un’edizione del 1600

A livello individuale, potremmo parlare di profezia autoavverante, in un certo senso. A livello sociologico, potremmo trovarci di fronte ad un caso di drapetomania. Più banalmente, esiste un comportamento sia sociale che individuale assai simile all’istigazione a delinquere, ma intimamente connesso alla psicologia del narcisista patologico, che punta ad esasperare i comportamenti altrui, per indurli a reazioni estreme al solo fine di biasimarli e perseguirli. La premessa, apparentemente off topic, è necessaria perché può capitare che persino in un Grande Classico, uno dei più grandi e classici di tutti i tempi, ci si confonda sul tema principale, sul carattere primario del protagonista assoluto e proverbiale: persino se il protagonista è Shylock e il Grande Classico in questione è Il Mercante di Venezia, di William Shakespeare.

In tempi natalizi, capita giocoforza di pensare che dovremmo essere tutti estemporaneamente molto più buoni, mentre sarebbe sufficiente essere decenti in modo costante: con una forma di autodifesa, la nostra morale fa scattare l’istinto ipocrita in modo da trovare, quasi come il subconscio applicasse tutti gli stratagemmi di Schopenhauer contemporaneamente per autoassolversi, un motivo per biasimare il comportamento dell’avaro Shylock, per vederlo crudele e disumano. Il testo teatrale che Shakespeare scrisse tra il 1596 ed il 1598 non ha, ovviamente, la premessa in sovrimpressione del film del 2004 (regia di Michael Radford, con Al Pacino e Jeremy Irons, rispettivamente Shylock e Antonio):

L’intolleranza verso gli ebrei, nel sedicesimo secolo, era manifesta anche a Venezia, la città-stato più potente e democratica d’Europa. Per legge gli ebrei erano costretti a vivere all’interno della vecchia fonderia della città, detta anche “ghetto”. Dopo il tramonto il cancello veniva chiuso e guardato a vista dai cristiani. Durante il giorno chi voleva uscire dal ghetto era costretto ad indossare un cappello rosso che lo segnava come ebreo. Gli ebrei non avevano il diritto di possedere proprietà, così praticavano l’usura, il prestito di soldi con forti interessi. Questo andava contro i principi cristiani. I veneziani illuminati erano disposti a chiudere un occhio al riguardo, ma per i fanatici religiosi, che odiavano gli ebrei, la cosa aveva assunto un altro peso.

La libbra di carne è mia!

Non si inventa nulla, ancora una volta, nemmeno gli haters sono un’invenzione della nostra iper-tecnologica società di Skynet: il film si apre con un libro a caratteri dell’alfabeto ebraico che brucia (la Torah? Forse. Probabile) e uno sputo in faccia di Antonio a Shylock e già qui avremmo materiale sufficiente a parlare de Il Mercante di Venezia, della sua attualità e delle sue implicazioni politiche, storiche, psicologiche e sociali per pagine e pagine. Shylock, il Mercante di Venezia, è l’avaro per antonomasia assieme a Scrooge (sempre questa sibilante “s”)? Apparentemente, il mondo delineato da Shakespeare appare diviso in comode dualità (e non solo in questa opera): cristiani ed ebrei, buoni e cattivi, innocenti e colpevoli. La critica, oggi, tende a riconoscere che il dolore finale di Shylock trova un contrappunto in quello di Antonio: piuttosto, siamo interessati però al concetto della fragilità e precarietà umana, e alla metafora dello Stato moderno che altro non è che un sistema legalizzato di abusi basato su criteri meramente di forza e quantitativi. Quindi no, Shylock non è avaro, non quanto Scrooge che non ha (nell’ambito del racconto) particolari motivi a spiegazione ed eziogenesi della propria avarizia: il peccato capitale di Shylock è semmai l’ira e la brama che lo muove (anche se l’autore inserisce la fuga della figlia per avvalorare la tesi dell’avarizia) è quella della vendetta.

Ma al di là delle intenzioni di Shakespeare, l’opera travalica queste tematiche, si adatta alle epoche e travalica il tempo, risultando sempre nuova. L’Arcadia rappresentata da Belmonte è solo apparente, e tale la misericordia invocata ipocritamente da Porzia-Baldassarre: si legge di “cavillo giuridico”, ma la pretesa che la libbra di carne sia tolta ad Antonio senza il versamento di una sola goccia di sangue è la nota in piccolo sul contratto, un escamotage da azzeccagarbugli e non da giurista, è un trucco che qualsiasi avvocato – che Shylock non ha al fianco, non pensando di averne bisogno – potrebbe smontare in un istante, ma solo a patto di avere dalla sua parte una giustizia connivente in giudice e giuria.

Ritratto di Shakespeare

Sono solo convenienze di tipo storico e narrativo quelle che hanno indotto il bardo di Stratford-upon-Avon ad ambientare una delle sue maggiori tragedie appunto in Italia? È domanda peregrina chiedersi se Il Mercante di Venezia avrebbe potuto essere ambientato in Scozia ovvero in Danimarca? Certamente sì, lo è, e se è vero che c’è del marcio nel regno di Danimarca, l’Italia del 1600 è già marcia fino alle fondamenta, intrise dell’allegorica acqua imputridente della laguna di Venezia. Al netto dello stile letterario consueto di Shakespeare, nel Mercante di Venezia il tribunale della Serenissima mostra tutte le procedure comportamentali della dittatura, dei tribunali-farsa, del cumulo giuridico, della mentalità massonica e mafiosa, giusta emanazione del potere giudiziario e specchio di quello legislativo ed esecutivo della città-stato dove abbiamo razzismo, discriminazione religiosa, disuguaglianza sociale, apartheid, segregazione e tutti i mali morali della borghesia bigotta e benpensante.

Tutto ciò premesso, posto che appunto Shakespeare compone tutto ciò in una pièce teatrale ineguagliabile per ritmo, caratterizzazione dei personaggi, poeticità e trama, è evidente che Il Mercante di Venezia ci si porge come un Grande Classico immortale, ma particolarmente adatto a questo periodo dell’anno: il Grande Classico perfetto per un augurio fantozziano di un ipocrita Natale ed un crudele Anno Nuovo.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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