Flannery O’Connor, protagonista melancolicamente eccentrica di un quadro di Friedrich

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Il paesaggio e il clima erano ideali, le macchie di alberi si buttavano all’inseguimento dell’auto, intenta a sfrecciare lungo le pareti di granito blu di Stone Mountain, costeggiando i banchi d’argilla rosso vivo e le venature viola esili della pietra, lasciandosi ai lati il pizzo verde dei campi. La nonna, nel sole bianco e in un vortice di polvere rosa, ebbe una reminiscenza (Un brav’uomo è difficile da trovare, Tutti i racconti di Flannery O’Connor)

Friedrich, “Woman before the rising sun”, 1818-20, olio su tela

Ogni tanto capita di restare intrappolati in un racconto, così tanto coinvolti all’interno di una descrizione da non volerne più riemergere. L’effetto che si prova sfogliando le pagine di Tutti i racconti di Flannery O’Connor è pressochè simile a questo: un tuffo entro un vortice polveroso e reale che evoca sentimenti mistificati e personalità bizzarre, entro uno sfondo dell’America di inizio Novecento. Flannery O’Connor, di origini statunitensi con genitori irlandesi fervidamente cattolici, aveva sviluppato una vera e propria predilezione per la scrittura, tanto da volerla rendere una professione a tutti gli effetti. Sfortunatamente però, malgrado il grande dono da lei ricevuto, la genetica s’intromise e, analogamente al padre, anche a una ragazza appena ventiseienne venne diagnosticato il lupus, una malattia degenerativa senza via d’uscita.

Nonostante gli anticorpi producessero una reazione opposta a quelli di una persona sana, e a dispetto dei cinque anni che le erano stati diagnosticati, Flannery visse ben oltre le aspettative e, probabilmente come valse anche per Frida Kahlo su sua ammissione, fu proprio la malattia ad amplificare ai massimi livelli la pusione vitale, dando vita ad artefatti che sono opere d’arte.

Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni (Flannery O’Connor)

Friedrich, “Evening Landscape with Two Men”, 1830-35, olio su tela

Ricordando la celebre frase di Antoine de Saint-Exupéry («Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano»), proprio i più piccoli sono i protagonistinei libri della O’Connor. Compaiono quasi in ogni storia e la tracciano di meraviglia, meraviglia che rimane uno sfondo costantemente pittoresco entro le righe di una realtà nitidamente definita di paesaggi e situazioni. Non ci sono quasi mai accenni diretti a stati interiori, ma questi prendono vita quasi autonomamente dal quadro proposto, richiamando paure primigenie ed euforie eccessive, in un vortice di leopardiana memoria polveroso e cangiante uguale e tipico di qualsiasi prima volta. Trasuda costantemente un sentimento che rievoca il grottesco, quello collegato ad antiche rivelazioni e autentici primi incontri, quando un bambino è intento a disarcionare le mura del conosciuto alla volta dello scoprimento del mondo.  

Flannery O’Connor

Sebbene anacronisticamente collegati, lo scenario dei boschi, del mare, del sole coi suoi nastri bianchi che si distendono sopra una radura dolcemente propensa al tramonto, un bacio mai dato e rinchiuso nell’anima di vetro di un’anonima personcina di campagna sussurrano visioni primitice senza nome e ancestrali presagi di disvelamento degli animi, i quali tumultuosamente immaturi si muovono giorno per giorno in uno spazio piatto di finta tranquillità: come nei quadri di Caspar David Friedrich. I protagonsti sono le luci e le ombre, viaggiatori quotidiani lungimiranti e mai asettici su sfondo sognante o arcigno di una Natura romantica, un mirabolante e realistico trip tipico del Romanticismo, in cui si corre incessantemente  a perdifiato per afferrare qualcosa (come nel racconto Il tacchino della O’Connor) o per tornare verso Casa, reale o fittizia o semplicemente avvertita come propria (come accade al ragazzo che non si chiama Bevel nel racconto Il fiume).

La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa

Friedrich e Flannery O’Connor: unità pensanti nella notte

Conoscete il Sunday effect? Si tratta di un effetto rintracciato da una ricerca condotta alla Harvard Business School: a degli studenti era assegnato un compito, ossia dopo aver ricevuto una mail che presentava la possibilità di donare soldi tramite un’organizzazione umanitaria, tutte le settimane per due mesi, questi dovevano procedere con il versamento. I risultati dimostrano che le persone religiose sono più propense a donare rispetto a quelle non credenti, ma questo è valido specificatamente solo il giorno della domenica. Durante la settimana, infatti, sono proprio le persone non religiose a versare maggiormente il compenso.

L’altruismo, la disponibilità a offrire qualcosa che legittimamente appartiene a qualcun altro e la salvezza di un’anima confusa o in preda allo scoprimento perpetuo di sè sono temi centrali nella letteratura mentale di Flannery O’Connor, la quale, fervidamente cattolica, scrisse addirittura un Diario personale in cui instaurò un dialogo diretto col divino, in uno scambio perpetuo di confidenze, richieste formali o concrete e considerazioni personali.

 Il signor Head si svegliò e scoprì che la stanza era piena di chiaro di luna. Alle volte capita di svegliarsi nel cuore della notte e porsi molti interrogativi, tra ricordi involontari e birichini e guizzi istantanei sul futuro. Dietro, il sole immaginario era arancione ma davanti, un cielo ancora tutto grigio e una luna rigida e trasparente, leggera come un pollice che faceva capolino dietro lo strappo nel cielo di carta di Pirandello. Colpiti un attimo dal cielo freddo, una volta preso il treno, sarebbero svaniti terrorizzati nei boschi: era una mattina bianca, le rotaie apparivano scolorate e gracili.

La consapevolezza che deriva dall’avvicinare diverse menti geniali appartenenti a scenari differenti e contesti storico-sociali non propriamente sovrapponibili, oltre ad esistenze privatamente distinguibili è che, nonostante tutte le varianti, le sensibilità rimangono comunque vicine e sorprendentemente affini. Non importa quanto lontani si possa essere nati, in un continente oppure in un altro, in una città di provincia o nel paesino lì dietro appena svoltato l’angolo: la realtà. al di là di qualsiasi rappresentazione più o meno onirica tinteggiata dai protagonisti, conferma che esiste un filo invisibile che immortalmente unisce e sempre lo farà nel corso della storia e dell’arte chi percepisce il mondo con occhi simili. Blu, verdi, marroni, che importa, quello che conta è osservare il mondo con la stessa sensibilità, come unità pensanti in parallelo nella notte.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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