Masaccio era un folle?

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Masaccio era un folle?

Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari; l’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, le diedi affetto; insegni il Buonarroto a tutti gli altri, e da me solo impari.

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Masaccio e Masolino da Panicale – Sant’Anna Metterza (1425)

Queste parole sono impresse su una tomba piuttosto insignificante e sobria della chiesa del Carmine di Firenze, ma che hanno l’onore di custodire i resti di un personaggio fuori dal comune: al secolo Tommaso di Ser Giovanni Simone Cassai, meglio conosciuto come Masaccio (Castel San Giovanni in Altura, 21 dicembre 1401 – Roma, 1428) di cui oggi ricorre l’anniversario della nascita. Il suo stesso soprannome, che è in sintesi un dispregiativo di Maso (diminutivo di Tommaso) ci fa capire che ci troviamo davanti a un uomo che ha deciso di dedicare alla pittura tutto se stesso, fisicamente e moralmente. Fu Annibale Caro, letterato e rimatore petrarchista del primo Cinquecento, a comporre questo epitaffio in onore di colui che, a parere suo, aveva dato inizio alla nuova gloria dell’Italia: la gloria artistica.

Annibale Caro vive in un’epoca in cui l’Italia, non ancora come nazione ma come espressione di un sentimento, ha ormai esaurito o quasi la sua spinta e la sua grande e dominante capacità di “dire la sua”. Forse è per questo che Annibale, finissimo umanista fuori tempo massimo, ha voluto omaggiare quella tomba così scarna, perché essa conservava con imperitura gloria le ossa di colui che portò la pittura fuori dall’opprimente vincolo del gotico internazionale, avviandolo ai floridi sentieri che meglio rappresentavano i nuovi ideali dell’epoca primo-rinascimentale: appunto Masaccio.
Vasari, che scrisse una biografia del pittore, sostiene che questi non si preoccupava nemmeno di essere pagato, o di riscuotere dai suoi debitori, ma che volgeva tutta la sua mente a un continuo miglioramento della sua arte. Dice il Vasari:

Fu persona astrattissima e molto a caso, come quello che, avendo fisso tutto l’animo e la volontà alle cose dell’arte sola, si curava poco di sé e manco d’altrui.

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Masaccio – Trinità (1425-27) – Basilica di Santa Maria Novella, Firenze

Inizia a lavorare nella bottega di un artista affermato, tal Masolino, ma già nelle prime opere, come la Sant’Anna Metterza del 1425, è evidente la superiorità di Masaccio rispetto a Masolino: la sant’Anna di quest’ultimo, dai tratti rigidamente marcati e un’opprimente panneggio pesante e voluttuoso, è ancorata inevitabilmente legata ai canoni del gotico, mentre la Madonna col Bambino di Masaccio esprime serenità più che severità, e la pennellata in chiaroscuro dà alle figure una plasticità inimmaginabile per il seppur capace maestro.

Il lavoro alla cappella Brancacci segna il definitivo slancio di Masaccio verso una pittura innovativa, che rispecchia in nascenti ideali di leggerezza rinascimentale, rompendo dei canoni secolari che il gotico aveva creato e saldato. Il lavoro lasciò inevitabilmente tutti a bocca aperta: questo trasandato e giovanissimo pittore era stato in grado di rendere umane le cose divine. Rappresentando Adamo ed Eva, li aveva posizionati fissi al terreno, inseriti in un mondo reale al quale ormai appartenevano e al quale l’uomo rinascimentale iniziava a dare sempre più importanza.

Ma questo artista fuori dagli schemi non aveva ancora terminato il suo lavoro al sopravvenire della prematura morte a soli 26 anni, ma riuscì comunque a lasciare al mondo il suo massimo capolavoro: il capolavoro di un folle.
Pare che quando venne tolto il telo dalla sua Trinità, le persone iniziarono a urlare spaventate perché non era possibile che un’immagine rientrasse nel muro, era opera di stregoneria (sembra che il prete abbia persino tentato di condannarlo per magia nera).
Ma quando l’uomo medievale lasciò il posto all’umanista rinascimentale, il mondo si accorse che quella scena dipinta era qualcosa che non avevano mai visto prima di quel momento: quelle figure divine erano state rese da Masaccio estremamente reali e dallo stesso innalzate grazie alla prospettiva, una prospettiva che egli portò a uno studio a cui nessuno, nemmeno il leggendario Giotto, si era mai avvicinato.

Come possiamo guardare oggi la “follia” di Masaccio? Il recente Referendum ha dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, che non ci sentiamo pronti a cambiare, nel bene o nel male: non ci fidiamo del nuovo, restiamo fedeli a ciò che conosciamo meglio, impauriti da ciò che potrebbe accadere. L’arte stessa al giorno d’oggi appare quasi bloccata, senza spinta. Che sia forse il caso, per rovesciare alcune carte di in tavola, di voltarsi per un attimo indietro? Masaccio, il folle, ce l’aveva fatta, era stato capito. Siamo in grado in capirlo anche noi?

La speranza resta.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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