La settima arte tra politica e società – Roma di Alfonso Cuarón

75a Mostra del Cinema di Venezia Leone d'oro ad Alfonso Cuarón

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Leone d’oro alla 75a Mostra del Cinema di Venezia e candidatura ai premi Oscar 2019 nella categoria Miglior Film Straniero. Roma (2018), l’ultima fatica cinematografica del regista premio Oscar Alfonso Cuarón, dopo un periodo di limitata diffusione nei cinema, sbarca finalmente sulla piattaforma streaming Netflix. Il lungometraggio, dal sapore intimo e autobiografico, si svolge nei primi anni ’70 e racconta, con estrema poetica, le vicende di una famiglia borghese di Colonia Roma, un quartiere residenziale di Città del Messico.

Le prime immagini mostrano un pavimento bagnato, in tutta la sua semplicità. Il mormorio delicato dei secchi d’acqua sembra voler dare risposta alle domande di un microcosmo calmo, apparentemente protetto. Ma in fondo è (quasi) un’illusione. E a ricordarcelo c’è Cleo (Yalitza Aparicio), una giovane domestica che lavora per una famiglia benestante, composta da Sofia (Marina de Tavira), suo marito Antonio, i loro quattro figli e la madre di Sofia, Teresa. La storia avanza lentamente, con meticolosità, fra segreti, ostacoli da superare, viaggi, crisi, incomprensioni; impossibile descrivere la complessità dei contenuti, eppure, nonostante la confusione che aleggia sullo schermo, la quotidianità sembra essere uno spettacolo ben radicato nel tempo.

Girato interamente in bianco e nero, Roma è senza dubbio un’esperienza da vivere emotivamente, senza regole morali. Cuarón usa dei classici piani sequenza, lasciando la telecamera libera di spaziare alla ricerca dell’essenza. Nessun nome famoso compare nel cast, eppure negli occhi dei protagonisti c’è un’intensità che trasmette qualcosa di magico, una visione onirica capace di trasformare in arte persino il dolore. La fotografia, curata dallo stesso regista di Gravity, sembra aver imprigionato l’anima dell’opera in una sorta di limbo, ambiguamente sospeso tra sogno e realtà. Nella sua innovazione, è lo stile visivo stesso a regalare al film una potenza narrativa affascinante, magnetica, totale; il passato che ritorna a bussare alla porta, l’immaginazione di quello che sarà, consentono allo spettatore di situarsi nei luoghi della memoria e approfondire ogni traccia dispersa, ogni emozione vissuta.

Le donne nella mia casa sono quelle che hanno portato avanti tutto, non c’erano uomini alla fine. Da quando sei adolescente inizi a capire meglio certe situazioni, ma la cosa sorprendente è stata scoprire questo personaggio come donna. Ed è una cosa che ti succede anche con la tua mamma, la percepisci sempre come mamma, non come donna.

Come afferma lo stesso Alfonso Cuarón, Roma è anche un omaggio alle donne, alla loro resilienza, alla loro inesorabile forza. Dopotutto la figura di Cleo è ispirata alla tata che si occupò del cineasta da bambino, Liboria “Libo” Rodriguez. Ma non solo. Il lungometraggio analizza lucidamente le tensioni sociali e politiche del Messico tra il 1970 e il 1971, come dimostra la scena che vede centinaia di studenti protestare contro il governo in Piazza delle tre culture. Un vortice di intimità prima, una violenta contraddizione dopo. Non sforzatevi, e soprattutto non irrigiditevi nel capire quest’opera. Roma è il ritratto della semplicità.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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