Guido Gozzano e «le buone cose di pessimo gusto»

Guido Gozzano nasce a Torino il 19 dicembre 1883

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Ma dunque esisto? O strano! vive tra il Tutto e il Niente questa cosa vivente detta guidogozzano!

Guido-Gozzano (1)Guido Gozzano nasce a Torino il 19 dicembre 1883 e muore, prematuramente, il 9 agosto 1916, all’età di 32 anni. La sua attività poetica è solitamente associata alla corrente del cosiddetto Crepuscolarismo, termine coniato nel 1910 dal critico Giuseppe Antonio Borgese, il quale affermava che alla grandiosa poesia di autori quali D’Annunzio e Carducci, si stava sostituendo «una voce crepuscolare, la voce di una gloriosa poesia che si spegne».
La voce di Gozzano appare, infatti, flebile, dimessa, quasi un urlo taciuto, un appello inascoltato che si rispecchia nel progressivo spegnersi del cielo, dopo il tramonto. Il termine crepuscolo indica, però, anche quel fatidico momento di attesa ed impazienza che prelude l’arrivo di uno stupore: indica, cioè, la soffice luminosità del cielo che anticipa il sorgere del sole.

Di questa perenne dicotomia, di questo oscillare tra luce e buio, inizio e fine, tutto e niente, Gozzano ha fatto l’abito perenne che ricopre la sua vita e, quindi, la sua poesia. Le sue parole sono basse, pesanti, schiacciate a terra dal peso della quotidianità, della banalità, eppure sembrano capaci di librarsi, volare lontano, assimilando la totalità del vivere, per poi tornare ed esploderti nel petto.

113918Gozzano è uno di quei poeti con i quali vorresti aver avuto la possibilità di parlare, uno di quelli che ti puoi fare amico e nei cui versi riscopri l’importanza di un respiro. Così, leggendo le sue poesie alla tenue luce di una lampada, la sera, ti trovi ad esperire un amore tanto umile quanto travolgente, il suo amore per Felicita.
Felicita non è bella, i suoi occhi sono azzurri, ma non l’azzurro del mare, no, un azzurro molto più concreto, uno di quelli che puoi stringere fra le mani, un «azzurro di stoviglia». Non è una donna colta, non conosce Nietzsche e stenta a credere che la Terra sia tonda, eppure in lei, umile custode di quella dolce euforia di cui porta il nome, si esplica il desiderio del poeta di essere più di se stesso, il suo bisogno di autenticità, di una vita scevra da sofismi e astrazioni.
Dopo qualche verso, Gozzano diventa semplicemente Guido, l’amico che siede in disparte nell’angolo di un bar e che non possiamo fare a meno di disturbare. Ci avviciniamo, ed ecco che lui, con gli occhi bassi, animati dalla sola luce della nostalgia, ci parla ancora di sé, della sua malattia, quella lesione polmonare all’apice destro che ancora una volta gli ostacola il respiro, la vita, e del profondo affetto per il fratello, un uomo alto, robusto, così diverso da lui, gracile e debole. Ci racconta della sua bella Torino, «città favorevole ai piaceri»,e del suo amore per Dante, padre imperituro le cui parole riecheggiano nell’infinito.

La poesia di Guido Gozzano è un fiore che, seppur strappato, gettato, tramortito, conserva l’intima bellezza del difetto, dello sbaglio, l’assoluta verità di uno specchio intransigente che non ha paura di mostrarci per quello che siamo ma che rivendica ogni nostra lacrima, ogni nostro petalo.

Ma un fiore gitterò dal mio rifugio sempre a chi soffre e sogna e piange e cade. Eccoti un fiore o tu che mi somigli!

Sara Massa per MIfacciodiCultura

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