#Ontheroad: gli origami di Kyoto 京都市 o i cervi di Nara奈良市?

Giappone come passione. Kyoto 京都市 e Nara奈良市

0 437
E’ difficile esprimere a parole le sensazioni che si provano. Tutti ci provano in tanti modi, ma quasi nessuno ci riesce (Murakami, La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie)

Se state leggendo questo articolo è perchè probabilmente, almeno una volta nella vita, avrete immaginato di spalancare gli occhi in una città straniera, più precisamente magari giapponese. Probabilmente, azzardo di nuovo, questo pensiero vi ha fatto stare bene, seppur si tratti meramente di un’immagine mentale illusoria. I giapponesi hanno coniato un termine, ikigai, che sta a indicare quella forza, completamente soggettiva, che spinge ad alzarsi la mattina per affronare con indole positiva- entusiasta, irrequieta, bizzarra, ordinata, fate voi- la giornata imminente. Per alcuni si tratta di compiere dei rituali quotidiani mentre per altri l’ikigai si può raggiungere sperimentando un maggior senso di rischio (sensation seeker): ciò che conta realmente è percepire l’energia interiore che, collegata ai fili luminosi del sorgere del sole, traina in avantiin direzione delle ore in arrivo. Personalmente, penso di averlo sperimentato in primis ogni qualvolta in Italia ho fantasticato su questa possibilità vagabonda di svegliarmi in una città straniera e, ancora più concretamente, quando le mie occhiaie hanno realizzato che, diamine, era davvero così; l’immagine colorata che le mie sinapsi hanno ideato quella mattina recitava più o meno così, in parole teatrali:

Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero – lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d’albergo, che non avevo mai visto, col sibilo del vapore fuori, lo scricchiolio del legno vecchio degli impiantiti, i passi al piano di sopra e altri rumori tristi – e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi (Jack Kerouac, On the road)

Padiglione d’oro (Kinkaku-ji 金閣寺)

Svegliarsi a Kyoto 京都市 è, appunto, decisamente assurdo per la mente raziocinante che è già in preda alla velocità per acchiappare il più possibile delle ore che verranno, ma dall’altra parte, stordimento entusiastico a parte post jet lag, è un nervo vibrante di eccitazione. Non ci sono vincoli nè cartelli, nulla è improponibile perchè in quel preciso istante si è davvero nella seconda città più rinomata del Sol Levante: non resta che osservare le lenzuola color ocra e gli origami, gentilmente regalatici dalla struttura la notte precedente in segno di benvenuto (Hotel Citadines Karasuma Gojo, vivamente consigliato!) e partire per davvero. Il Padiglione d’oro (Kinkaku-ji 金閣寺) è un tempio Zen, ricostruito nel 1955 dopo l’incendio appiccato da un monaco intorno alla metà del secolo.

Come per risplendere dalle fiamme, l’oro sfavilla luccicante nell’acqua, protetto da infiltrazioni esterne o dapericoli imminenti: è semplicemente come un mondo idilliaco a sè stante, che nella sua sfarzosità birichina si fa osservare e fotografare dalla miriade- impressionante- di turisti. Il percorso si articola nel verde, e sembrerebbe un’utopia pensare di potersi fermare un po’ di più in contemplazione, vista la folla scalpitante, eppure, se si potesse, indubbiamente sarebbe rigenerante e fonte di idee creative. Lasciamo il Kinkaku-ji 金閣寺 interiorizzando un senso di nostalgia nascosta che si avvinghia entro il marrone dei banchetti per l’incenso e nelle candele bianche che anelano venerazione indefinita, perfettamente nascosta entro uno scenraio luccicante e ricco di bellezza esteriore.

Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Ero a metà strada fra una costa e l’altra dell’America, al confine tra l’Est della mia giovinezza e il West del mio futuro, e forse è per questo che accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso (Jack Kerouac, On the road)

Cervi di Nara, perennemente affamati, imparano il bonton

Il pomeriggio rosso che avverte Sal Paradise nel romanzo sommo del padre della Beat Generation, seppur collocato in America, è il pomeriggio rosso di tanti, indipendentemente dall’ubicazione sulla cartina geografica o, forse, persino dall’età. Si tratta di alcune ore che scandiscono la giornata a suon di mestizia (sentimento di interna afflizione e parziale amarezza, affine alla tristezza, quasi uno stato d’animo) e pensieri maestosi, in una quieta conemplazione del vermiglio che sfiora ogni tetto bluastro, come in un quadro di Piet Mondrian ambientato in Giappone. Il nostro viaggio prosegue, e con lo Shinkansen in una mezzora abbondante ci ritroviamo proiettati alla volta di Nara (奈良市).

 

Tōdai-ji (東大寺), Buddha più alto del mondo (15m), realizzato interamente in legno

Poco più di 360 000 abitanti, e l’accoglienza è un coro entusiasta che canta canzoni nella piazza adiacente alla stazione e poi di nuovo, nel parco celebre, Take me home country roads di John Denver (versione giapponese ovviamente) accompagnano lungo il percorso, come delle guide canterine intente ad allietare gli animi in viaggio. Nara è descrivibile in un’unica parola: cervi. Ovunque. Vagano indisturbati e si credono padroni di una vasta porzione di terreno, ben pronti ad adocchiare il turista che gli darà dei biscotti (acquistabili dai venditori sul posto). Non se ne lasciano scappare uno, e questo è tanto curioso all’inizio quanto quasi inquietante alla fine: non appena capiscono che avete del cibo probabilmente non vi lasceranno per una buona porzione di caminata; addirittura alcuni di loro hanno ormai imparato a inchinarsi, e incredibilmente abbassando il capo riescono a dimostrare rispetto verso l’interlocutore il quale, logicamente colpito, non esita a porgergli un altro biscotto.

Imperidibile è ilTōdai-ji (東大寺) , che sotto il cielo stranamente cereo con tinte grigiastre attendeva oltre al portone sbarrato. Si tratta di un tempio buddista interamente realizzato in regno; ospita il Buddha più alto del mondo (15 metri di altezza!). Grandezza, imponenza, suntuosità, immagini irrealisticamente sfavillanti di religiosità e reverenza, il Grande tempio orientale accoglie come in un sogno realistico e restituisce una maschera personale di regalità.

“Stavo meravigliosamente bene e il mondo intero mi si apriva davanti perché non avevo sogni.”

Dopo aver lasciato Nara in un 日没 tramonto giapponese degno d’attenzioni, con infinite lanterne colorate dal buio distribuite su un lago uniforme, in un senso di sublime estatico e con la pulsione irrefrenabile di volersi portare quel pezzo di paesaggio con sè, è stata la volta di incontrare il Fushimi Inari Taisha (伏見稲荷大社). E’ accaduto di notte, all’apice di una giornata piena e vissuta minuto per minuto, un finale degno dei fuochi d’artificio perchè pare l’indice meglio riuscito di qualsiasi storia letta negli ultimi anni. Una stazione vuota, luci al neon, unico rumonre quello di qualche uccello a contornare una sera che si è ormai scambiata il testimone con la notte. E poi lo sfolgorante scenario improvviso: una macchia di colore rosso in progressivo disvelamento entro un buio ancestrale pennellato dall’inizio dei tempi. Pare un labirinto, e ci si sente come Ulisse naufragato su una montagna chiamata Inari, alla ricerca del segreto dormiente in un paesaggio silenzioso e totalmente incustodito, dalle tinte fosche e copiosamente ruggenti.

Non ci sono guardie o orari al Fushimi ianri, il percorso tra i torii è aperto h24 e chiunque può andarci in qualsiasi monento, e nonostante questo è in perfetto stato. Per chi desidera perdersi letteralmente tra kanji corvini su sfondo arancio, questo è l’angolo sommo del Sol Levante: per sentirsi persi ma allo stesso tempo vivamente magici.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.