Lezioni d’Arte – Le crettature di Burri, ferite della materia e dell’anima

Dentro il grande cretto nero, capolavoro di Alberto Burri

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Alberto Burri che crea le sue Combustioni

Emblematico per il significato delle sue opere è già il racconto di come Alberto Burri (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995) abbia iniziato a dipingere. Esordì come calciatore per la squadra umbra locale, poi divenne medico e poi soldato. Sarà la prigionia durante il 1943, catturato in Africa e portato dagli americani ad Hereford, nel criminal camp del Texas a trasformarlo in un artista. Burri si disse schifato dall’umanità in quel momento di guerra, e rifiutò di collaborare per dare ogni tipo di cura come medico al genere umano che lo aveva profondamente deluso.

Seguì il consiglio del suo comandante ed iniziò a dipingere. I primi soggetti pittorici sono i paesaggi aridi della prigionia, così vuoti e rossi da sembrare in fiamme. Da qui ebbe inizio la sua carriera di artista che lo portò ad esporre nei più importanti musei del mondo, dal Guggenheim Museum di New York al Reina Sophia di Madrid, ma è a Città di Castello che amerà sempre tornare. Lì dove decise lui stesso di costruire una propria Fondazione, negli spazi di Palazzo Albizzini e degli ex seccatoi di tabacco, per poter legare la sua produzione artistica alla città natale.

Burri, white cretto, 1975

Burri è un artista in continua evoluzione, ama sperimentare e mantenere sempre quell’animo che lo ha avvicinato all’arte, fatto di curiosità, di sorpresa, quasi di gioco. Utilizza materiali e tecniche sempre diverse, plasmando la materia che ha davanti. Gioca con la tela rendendola tridimensionale, nei suoi Gobbi, sperimentando l’estroflessione. Con la fiamma ossidrica la aggredisce, realizzando il ciclo delle Combustioni attraverso una forza distruttrice e costruttrice allo stesso tempo. Sacchi di juta, ferro, l’uso della saldatrice, per comporre le superfici metalliche, sono sperimentazioni di Burri, il suo gioco personale con l’arte e con gli oggetti. Sembrava un artigiano al lavoro che con soffi e con gesti cercava di controllare la trasformazione casuale della materia.
Non sempre la critica lo ha accolto positivamente, addirittura un episodio riporta l’atteggiamento di una visitatrice che alla fine della mostra chiamò i controlli di igiene perché riteneva quelle opere maleodoranti. Ma ciò che spingeva Alberto Burri a continuare sempre oltre il limite fisico della materia, erano il suo carattere curioso e gli apprezzamenti degli artisti contemporanei.

Il grande nero Cretto, 1978, dettaglio

Burri ama domare il caso, l’imprevedibile, quello che può accadere alla materia. Nascono così le Crettature. Osservando il terreno di Los Angeles, dove viveva, rimane colpito dalle sue crepe. Così la superficie delle sue opere si frantuma, si cretta, si rompe ma lo fa gradualmente. Questa lenta progressione del movimento, della rottura è fermata lungo l’epidermide dell’opera, dal basso si propaga verso l’alto e dà origine a capolavori monumentali come il Grande Cretto Nero che Burri realizza appositamente nel 1978 per un luogo, il Museo di Capodimonte di Napoli. Oltre 500 parti di creta nera, realizzate da un ceramista, formano il grande cretto, un’immaginaria a superficie arida e spaccata come quella di un buco nero che appare davanti a noi, appesa alla parete e che sembra ricordarci le ferite ed i dolori, non solo della materia ma anche dell’anima dell’umanità. Quell’umanità che aveva quarant’anni prima deluso Burri e che ora ha materializzato visivamente le sue ferite, lacerazioni e rotture davanti ai nostri occhi.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura    

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