I grandi saggi – “La banalità del male”, il nazismo spiega che nell’orrore non vi è grandezza alcuna

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Diciamo subito, ed attiriamoci il nostro q.b. di impopolarità, che La banalità del male è un libro abbastanza brutto. Spiacevole da leggere, nel senso della scrittura. D’altra parte, Hannah Arendt lo scrisse sotto forma di serie di reportage, quindi in stile giornalistico statunitense – e nemmeno nello stile del new journalism di tomwolfiana memoria: i fatti ben distinti dalle opinioni, e quest’ultime in quantità misurata come in una precisa ricetta da seguire pedissequamente; abbondanza di citazioni, per dare autorevolezza e forza di veridicità al testo, quasi in una sorta d’uso del principio di autorità; nessuno spazio a costruzioni sintattiche ardite, anzi, una ricerca costante della semplicità e della brevità della frase. Quindi nessuna bellezza, ed anzi nessuna ricerca o tentativo di bellezza, nella scrittura. Si potrebbe obiettare, certo, che Arendt abbi adattato lo stile alla materia, e che la crudezza del racconto abbia imposto, forse inconsciamente, forse programmaticamente, una sorta di pudore nella scrittura, per rispetto al dolore che esce prepotentemente dall’argomento.

Un’edizione de La banalità del male

Ma è l’argomento stesso del saggio che impone prudenza nella scrittura, e giustifica e spiega la particolare presenza dell’autrice: la storia del processo ad Otto Adolf Eichmann, gerarca nazista considerato uno dei maggior responsabili operativi dello sterminio degli ebrei durante la Shoah, organizzatore del trasporto via ferrovia dei prigionieri verso i campi di sterminio durante la fase della soluzione finale. Eichmann, sfuggito al processo di Norimberga, venne fatto prigioniero dal Mossad a Buenos Aires l’11 maggio 1960 e trasportato a Gerusalemme. Qui Eichmann subì un processo dall’esito scontato, che si concluse con la sua condanna a morte e successiva esecuzione per impiccagione: su di lui, quindici diverse imputazioni, che complessivamente consistevano in una serie di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini contro il popolo ebraico.

Al netto della mancanza di bellezza in La banalità del male, un tragico interesse pervade l’opera, e va ascritto alla lucidità, all’onestà intellettuale di Hannah Arendt: quello per le implicazioni morali insite nel processo stesso, che sostanzialmente vide un imputato venir processato dalle vittime e non già da un tribunale internazionale – mentre i crimini di Eichmann, come quelli di tutto il nazismo, furono rivolti contro l’umanità nel suo complesso. In secondo luogo, La banalità del male porta alla luce le contraddizioni insite nell’atteggiamento delle vittime, fino ad arrivare ai collaborazionismi veri e propri.

Un piccolo burocrate corresponsabile di milioni di morti

La distanza temporale è un grande romanziere: innalza a livello di dramma fatti banali, e ammanta di una patina di semplice verosimiglianza qualsiasi fatto reale, sminuendone la drammaticità. La banalità del male, pur non essendo “bello da leggere”, almeno secondo i canoni che può stabilire un gioiello come Se questo è un uomo di Primo Levi, è un testo importante per questi motivi. Diventa invece imprescindibile per il titolo, o meglio per il concetto che ne è alla base. La cronaca, la descrizione delle testimonianze rese al processo da Eichmann sono quasi interamente volte a dimostrare appunto questo: che «Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso». È, naturalmente, uno dei nostri amati paradossi: la cosa spaventosa e abnorme è la consapevolezza che non vi è nessuna eccezionalità in un male così assoluto e contemporaneamente normale.

Eichmann durante il processo

Hannah Arendt possedeva evidentemente un talento innato per la brevità espressiva, per l’aforisma: rimangono mirabili altre sue frasi, su tutte quella Secondo Kant, nessuno ha il diritto di obbedire che di così ardua interpretazione riesce a chi non vuole capirla per tornaconto personale, al netto degli analfabetismi, naturalmente. Con La banalità del male, e la sua spiegazione e dimostrazione, Arendt compie un’operazione estremamente scomoda per il lettore. A tutti farebbe comodo l’illustrazione di una eccezionalità abnorme degli avvenimenti del nazifascismo, nulla è più comodo e confortante di una visione manichea. Invece, Otto Adolf Eichmann emerge dal processo e dal resoconto de La banalità del male come un individuo di debole personalità, poca iniziativa, spessore alquanto relativo. Sicuramente non un genio del male, e nemmeno un individuo guidato da ideali ancorché deviati e perversi: piuttosto un tecnico e un burocrate, e nemmeno di livello elevato.

La banalità del male consegna quindi alla coscienza collettiva un messaggio che preferiremmo grandemente non dover sentire – ma che anche altri, come Daniel Jonah Goldhagen con I volonterosi carnefici di Hitler, hanno già ripetuto, ampliato e precisato: se non dal punto di vista strettamente numerico, l’Olocausto non ha avuto alcun tratto di eccezionalità, e soprattutto non nei suoi protagonisti individualmente presi. Ergo, non possiamo illuderci circa l’irripetibilità di quanto accaduto, come possiamo peraltro vedere dai prodromi del ritorno dell’onda nazista in Europa e nel mondo: Eichmann somiglia a tanti altri suoi colleghi di lavoro, burocrati dello sterminio ovvero burocrati e basta.

L’orrore è, in senso conradiano, potenzialmente ovunque.

Era come se egli ricapitolasse la lezione che quel lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato,

la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile

banalità del male.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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