Kandinskij: la spiritualità pratica nell’astrattismo di un sognatore concreto

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Vasilij Kandinskij, la spiritualità pratica nell'astrattismo di un sognatore concreto
Vasilij Kandinskij

Un paio di anni fa, ad una mostra di pop art, stavo ammirando alcune opere di Keith Haring assieme ad un mio amico. A stupirmi maggiormente non furono però i teneri quanto inquietanti omini dell’artista newyorchese, quanto il commento che questo mio amico riuscì a formulare: «Beh, che ci vuole, ‘sta roba la può fare chiunque». Rimasi piuttosto spiazzato, perché fu come realizzare che, molto spesso, la gente vede soltanto il prodotto finito. Non pensa nemmeno per un secondo al processo creativo che risiede dietro ad un’opera, sia essa un libro, un quadro o una scultura. Certo, la Zuppa Campbell di Wharol, gli omini di Haring, non sono tra le opere tecnicamente più difficili da riprodurre, ma il punto è un altro,: ovvero, perché allora non ci hai pensato tu? Possiamo applicare lo stesso discorso per il padre della pittura astratta: Vasilij Vasil’evič Kandinskij, più conosciuto come Vassily Kandinsky (Mosca 4 dicembre 1886, 16 dicembre secondo il calendario gregoriano – Neuilly-sur-Seine, 13 dicembre 1944). Va detto, innanzitutto, che prima di aprirsi definitivamente allo stile per cui oggi lo ricordiamo, Kandinskij, oltre a suonare il violoncello e laurearsi in legge (aveva del tempo libero evidentemente), si dedicò alla pittura di paesaggi e raffigurazioni fantastiche figlie della tradizione russa e delle leggende medievali. Questo, per rispondere ai critici a priori, agli allenatori di calcio della domenica e ai politicanti attivi soltanto nel periodo elettorale.

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Giallo, rosso, blu (1925)

Vasilij Kandinskij la realtà la sapeva rappresentare al meglio, merito di un talento che non si impara e non si insegna, di quello swing dell’anima che è più di un semplice agitare la mazza da golf, e, certamente, anche delle lezioni di disegno che la zia gli fece prendere sin da bambino. Il punto non è cercare una scorciatoia per arrivare al successo, non è guadagnarsi da vivere con una finzione: quello, i veri geni, lo lasciano agli ipocriti figli della superbia immotivata, alle persone che non hanno desideri, ma soltanto bramosia di prevalere.

«Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna», canta Guccini nel suo Cyrano. E Kandinskij, a giudicare dalle opere che ci ha lasciato, sognava, sognava forte. Formulò innovative teorie sul colore, ben espresse in un libro fondamentale per comprendere il suo pensiero, Lo Spirituale nell’Arte, in cui ci parla dei due effetti che secondo lui possono colpire noi spettatori: il primo è un effetto che lui definisce “fisico”, basato sul primo impatto con l’opera e le immediate sensazioni conseguenti; il secondo è un “effetto psichico”, che poggia sulle vibrazioni dell’anima. Kandinskij riteneva che dopo le sensazioni superficiali, il colore attraversasse prima lo spirito per poi giungere finalmente all’anima. Secondo lui «il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto e l’anima è un pianoforte con molte corde».

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Composizione X, 1939

Oltre all’opera sopra citata, Kandinskij diede vita da un altro saggio, questa volta escludendo a priori il colore. In Punto, linea, superficie, ci parla della consapevolezza che deve avere un’artista fin dall’inizio della creazione dell’opera. Opera in cui il punto è il nucleo, la linea è il movimento, la dinamicità, e la superficie è la tela, che può solo accogliere l’estro artistico. L’artista può gestire la tela come meglio crede, ma non come era solito fare Jackson Pollock, a posteriori, bensì deve avere ben chiaro dall’inizio ciò che andrà a produrre, deve quindi essere lucido.

Pittore e scrittore, Kandinskij fu tutto questo, ma non solo: cercando anche di innovare il mondo teatrale, applicando ad esso il suo sconvolgente astrattismo, voleva dar vita ad un’opera multimediale, in cui i personaggi sul palcoscenico diventavano un tutt’uno con le luci e i colori, con la musica e le sue emozioni, fino a diventare astratti anch’essi. Spaccare la realtà in mille pezzi sino a fonderla col sogno, questo faceva Kandinskij.

Vasilij Kandinskij, la spiritualità pratica nell'astrattismo di un sognatore concreto
Composizione VIII (1923)

Questo fanno i suoi quadri ancora oggi. Nei quali non c’è niente fatto a caso: non è una presa in giro, bensì una presa di posizione nei confronti di una realtà che troppo spesso ride di noi.

Personalmente, me lo immagino nello studio della sua casa di Murnau, comprata assieme all’amata di una vita, Gabriele Münter (che lasciò per sempre allo scoppio della Prima Guerra Mondiale per tornare in Russia), nel suo mondo fantastico di linee e colori, a scherzare sulla vita senza mai sottovalutarla; a non voler essere ricordato come un romantico, ma definendo lui stesso il romanticismo futuro come: «Profondo, bello, significativo e che capace di renderci felici. Un pezzo di ghiaccio in cui brucia una fiamma».

Lo immagino così, e mi chiedo in che modo il suo astrattismo avrebbe modificato la realtà di oggi, in cui i personaggi di linee e colori non hanno più tele su cui vivere.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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