Strage di piazza Fontana: una ferita ancora aperta

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Strage di piazza Fontana: una ferita ancora aperta

Erano le 16.37 di un tranquillo venerdì di metà dicembre quando l’Italia, per la prima volta dopo il secondo dopoguerra, riscoprì il terrore: una bomba scoppia nella sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, causando la morte di 17 persone e ferendone altre 88. Ecco, quel venerdì pomeriggio fu il preludio di uno dei periodi più neri della recente storia italiana, i famosi anni di piombo.

Centoquaranta attentati in sei anni, dal 1968 al 1974, nell’attuazione della cosiddetta strategia della tensione, di cui la strage di piazza Fontana fu solo l’inizio.

Quell’attentato fu, per tutti, un orrore inaspettato e inspiegabile: che senso aveva piazzare degli ordigni esplosivi nella sede di una banca a due passi dal Duomo, piena di impiegati e clienti? Cosa avrebbe mai potuto causare quest’atto terroristico? Per capire le dinamiche, mai del tutto chiarite, culminate nella strage di 48 anni fa, è prima di tutto essenziale considerare il contesto storico di allora.

Fine degli anni sessanta, l’Italia si trovava divisa tra due fuochi: da una parte c’erano gli anni finali del boom economico, che nel giro di un quindicennio l’avevano portata ad affermarsi come una delle maggiori potenze economiche mondiali; dall’altra le tensioni sociali stavano dilaniando la società italiana, fino ad esplodere nel 68. Le lotte, studentesche prima e operaie poi, che avrebbero portato alla conquista del tanto agognato e necessario Statuto dei Lavoratori nel 1970, erano principalmente sostenute da movimenti parlamentari ed extraparlamentari di sinistra, con il Partito Comunista Italiano in prima fila, che per questo macinava consensi.

In piena guerra fredda, questo non era nemmeno concepibile: l’Italia era – e rimane – uno dei paesi chiave dell’Alleanza Atlantica, ed allora rappresentava l’ultimo paese amico prima del blocco sovietico, il confine prima della cortina di ferro. Era fondamentale che il PCI, che allora era il partito comunista più forte di tutto l’occidente ed era visto come la quinta colonna del “pericolo sovietico”, non salisse a potere.

E fu per questo motivo – e questa non è speculazione, ma verità storica – che settori deviati dei servizi segreti italiani, in combutta con altri servizi segreti occidentali, organizzarono e attuarono la madre di tutte le stragi, piazza Fontana: soffiare sul fuoco, far precipitare l’Italia in un artificioso clima di esasperazione e disordine sociale, il tutto facendo ricadere la colpa su anarchici e movimenti di sinistra extraparlamentari, per distruggere tutto il consenso guadagnato.

Vergognoso è, ancora, l’omicidio di Giuseppe Pinelli, ingiustamente accusato di aver piazzato l’ordigno, la cui unica colpa fu quella di essere un anarchico: divenne il capro espiatorio di una strage che poi si confermò essere di matrice diametralmente opposta a quella anarchica e di sinistra.

Chi furono gli esecutori materiali di quella strage? Movimenti di estrema destra e neofascisti come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, ed in particolare la Corte di Cassazione nell’ultimo processo riguardo la strage, nel 2005, deliberò che l’eccidio fu organizzato da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», sebbene questi non fossero processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel processo del 1987. Le stesse forze neofasciste che poi risultarono colpevoli di altri stragi, come quella di piazza della Loggia a Brescia e dell’Italicus, entrambe nel 1974, e della strage di Bologna del 1980: centinaia tra morti e feriti, persone comuni uccise con il solo scopo di creare terrore e destabilizzare la situazione politica italiana.

Freda e Ventura

Sono ormai passati quarantanove anni da quel pomeriggio di sangue e terrore in piazza Fontana a Milano, eppure la ferita è ancora aperta. Aperta perché una verità, una condanna definitiva senza se e senza ma, non è mai avvenuta: il mondo sa chi sono i colpevoli, i mandanti della strage, eppure quella contro Franco Freda e Giovanni Ventura è una condanna solo morale e storica, non giuridica. Anche se buona parte dei veli di questa stagione delle stragi sono stati tolti, non tutte le complicità e responsabilità a livello internazionale sono state ben definite. È indecente che non ci sia ancora la totale verità, e difficilmente qualcuno mai pagherà veramente questi delitti, ma la storia ricorderà chi furono i carnefici che quel 12 dicembre 1969 uccisero 17 persone innocenti, sebbene la legge – o meglio, la Corte d’assise di Bari – li abbia iscritti agli atti come non colpevoli.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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