Lezioni d’Arte – L’urlo liberatorio di Munch contro il freddo della vita

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L'urlo liberatorio di Munch contro il freddo della vita
Le tre versioni dell’Urlo

Può un attacco di panico ispirare uno fra i dipinti più famosi al mondo? Chiedetelo a Edvard Munch (1863-1944) perché è proprio ciò che gli successe. Si conoscono quattro versioni del L’urlo (1893) l’opera che universalmente contraddistingue l’artista, tre ad olio ed una a pastello realizzate tra il 1893 e il 1910. La genesi del capolavoro è stata infatti lunga, studiata attentamente in ogni particolare.

È un’immagine pensata a seguito di un attacco di ansia mentre passeggiava con due amici nella sua città. Anche se difficilmente riconoscibile il paesaggio è quello del fiordo di Kristiania, come si chiamava Oslo fino al 1924, visto dalla collina di Ekeberg. All’improvviso – come lui stesso ci racconta in alcune note – Munch si sente soffocare, schiacciare da ciò che vede durante il tramonto: colori tendenti al rosso, così vigorosi da ricordargli del sangue. Quello che prova è un’angoscia esistenziale tanto forte da non riconoscere più se stesso.

Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò. Era il periodo in cui la vita aveva ridotto a brandelli la mia anima. Il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.

L’urlo, 1893

È tutto proiettato in questa immagine: il protagonista del quadro urla così forte da tapparsi con foga le orecchie per non sentire la propria voce. Tutto è confuso, lui stesso stenta a riconoscersi. Le sembianze assomigliano più a quelle di una mummia: non ha capelli, non si distingue il sesso, sembra addirittura senza scheletro, molle. Un volto fatto solo da profonde occhiaie e una bocca spalancata dall’orrore.

La staccionata del luogo ci riporta ad un sentiero che non ha né un inizio né una fine, si affaccia solo su un fiordo nero come il petrolio o come il baratro. I due amici che lo accompagnavano continuano a passeggiare indifferenti oltre il ponte, non si accorgono di cosa sta succedendo ma soprattutto di cosa prova Munch, che rimane solo, abbandonato, risucchiato nelle proprie angosce. La lontananza delle figure che si fanno più piccole è una distanza umana.

L’artista è un grande anticipatore dell’espressionismo, queste lingue ondulate di fuoco rimarranno impresse nella storia dell’arte a lungo. I toni caldi, i colori carichi di emozioni apriranno la strada a rivoluzionarie soluzioni. Munch affida il racconto della visione di quegli istanti unicamente al colore, che nel suo vortice sembra proiettarci nel profondo abisso dell’anima del nostro protagonista.

Oslo vista da Munch

Edvard Munch vive l’arte come una personale analisi psicologica. La sua personalità tormentata è perseguitata continuamente da pensieri negativi, spettri del passato, lutti e tragedie familiari, per questo in tutta la sua produzione artistica ritornano più volte i fantasmi della vita passata. Disintegra il proprio io in tutte le sue opere d’arte, forse un modo personale per raccontarsi o sentirsi meno solo. L’osservatore può riconoscere nell’opera che osserva le proprie paure, il proprio dolore. Munch ci convive, le riconosce, gli urla contro e questo ci avvicina ancora di più alla sua interiorità.

Anch’io mi sono messo a gridare, tappandomi le orecchie, e mi sono sentito un pupazzo, fatto solo di occhi e di bocca, senza corpo, senza peso, senza volontà, se non quella di urlare, urlare, urlare… Ma nessuno mi stava ascoltando: ho capito che dovevo gridare attraverso la pittura, e allora ho dipinto le nuvole come se fossero cariche di sangue, ho fatto urlare i colori. Non mi riconoscete, ma quell’uomo sono io.

 L’urlo diventa un grido liberatorio di Munch, della natura e dell’umanità tutta.

 Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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