Elena Lucrezia Cornaro Piscopia: la prima donna laureata al mondo

0 2.016

Oggi raccontiamo un’antica storia veneziana, di una dama che rievoca almeno nel nome quella di omerica fama: Elena Lucrezia Cornaro Piscopia nasce il 5 giugno 1646, figlia di un nobiluomo appassionato di scienze e di una donna dalle umili origini, un bisnonno amico di Galileo. Elena Lucrezia studia greco, latino, teologia e filosofia, si appassiona alle lingue antiche e moderne, francese, spagnolo e greco, va a lezione dal rabbino di Venezia ed apprende anche l’ebraico. Intelligente e determinata continua con astronomia, matematica, geografia e scienze naturali, e diventa presto un’apprezzata erudita, accolta nelle accademie scientifiche, riconosciuta in Italia e all’estero.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Elena Lucrezia si iscrive quindi all’Università Studio di Padova, presentando regolare domanda di ammissione alla laurea per il corso di teologia, ma ad una donna non era concesso ricevere il titolo di dottore. Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova (poi fatto santo), blocca tutto: la donna è inferiore rispetto all’uomo e non è capace di ragionamenti difficili. Inizia, così, la contesa tra lo Studio di Padova, che aveva acconsentito, e l’irremovibile cardinale. Nessuna delle parti, però, indietreggia e si decide, quindi, per un compromesso, cambiando l’indirizzo di laurea. Nel 1678 è ancora giugno a segnare la vita di Elena in modo definitivo: al 25 del mese fu la prima donna al mondo a conquistare il dottorato, con acclamazione Magistra et Doctrix in Filosofia all’Università di Padova. Un titolo inimmaginabile, un avvenimento sociale e politico epocale. Il lungo braccio di ferro con la Chiesa  richiamò a Padova decine di migliaia di persone, la tesi fu discussa nel duomo. Dopo di lei, che morirà a Padova il 26 luglio 1684, dovranno passare altri due secoli prima che le donne possano accedere all’università.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia ha dunque dato il via ad un processo lungo e lentissimo legato all’inclusione delle donne nel mondo della cultura, dimostrando come intelligenza e brillantezza non abbiano genere. Oggi in Occidente le donne hanno accesso a tutti i livelli di istruzione ed anzi, ci si aspetta che le ragazze siano più diligenti nello studio rispetto ai proprio coetanei maschi, divenendo quasi uno stereotipo della cultura pop.

Le protagoniste della serie TV “Gossip Girl” rigorosamente in divisa

La figura della studentessa, spesso in divisa americana o giapponese, spopola nell’immaginario collettivo dagli anni ’80 diventando simbolo per eccellenza delle giovani scolaresche e di sogni erotici. Film, serie televisive e cartoons narrano vicende di college e campus, apprendiste streghe che si laureano, donne di notevole cultura e successo professionale. A che punto siamo nel 2018? Davvero il genere femminile ha accesso alla realizzazione culturale e professionale in tutti gli ambiti?

Per alcuni sembrerà un’ovvietà e forse pure una scocciatura, ma vi sono ancora moltissimi che lottano per guadagnarsi questo privilegio. Il diritto all’istruzione in tutto il mondo viene ancora negato ad oltre 130 milioni di bambine, mentre si stimano in più di 500 milioni quelle che non hanno mai imparato a leggere. Nonostante i grandi progressi registrati negli ultimi anni, a milioni di bambini viene ancora impedito istruirsi e l’accesso ristretto alla cultura è uno dei modi più sicuri per trasmettere la povertà (economica ed intellettuale) di generazione in generazione.

Una campagna UNICEF

L’istruzione è un diritto umano vitale sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. È inoltre vietata la discriminazione in ambito educativo: «qualsiasi distinzione, esclusione, limitazione o preferenza che, basandosi sulla razza, il colore, il sesso, la lingua, la religione, l’opinione politica, la condizione economica o la nascita abbia lo scopo o l’effetto di annullare o compromettere l’uguaglianza di trattamento nell’istruzione» (Convenzione contro le discriminazioni). Non è importante solo per cultura personale, ma anche per avere più possibilità nella vita, comprese le opportunità di lavoro, una salute migliore e la partecipazione al processo politico sociale. Le donne istruite tendono ad essere più sane (per es. igiene, controlli ginecologici, trasmissioni malattie), hanno meno figli, guadagnano più reddito e forniscono una migliore assistenza sanitaria per se stesse e per la famiglia. Benefici di cui poi gode tutta la comunità, rendendo così l’istruzione l’investimento più lungimirante che una nazione possa fare. È proprio questa larma più potente, che accelera la lotta contro la povertà, le malattie, la disuguaglianza e la discriminazione di genere.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Oggi in Sudan il 73% delle bambine fra i 6 e gli 11 anni non frequentano la scuola e lo stesso accade in Guinea, Mali, Ciad, Liberia, Burkina Faso, Niger ed Etiopia, Afghanistan. In Medio Oriente e in alcuni paesi dell’Africa vi sono ancora fortissime limitazioni, in primis non riconoscendo ancora a pieno lo status di persona alla donna. Dilapidate o frustate, senza voce. Abusate, violentate e poi costrette in matrimonio, vendute ancora piccole, sfregiate con acido, fuoco o coltelli. Limitate nel vestiario e nelle uscite, nelle riviste e libri che possono leggere, vengono loro precluse una serie infinita di attività. I diritti delle donne sono governati dalla sharia, la legge islamica che di fatto ne nega la libertà. Ma non solo, le femmine senza diritti con situazioni critiche sono anche quelle del Sud Africa, Yemen, Madagascar, Iran ed Iraq, Bangladesh, Singapore, Sri Lanka, Birmania, Etiopia Sudan, Bahamas, Israele, Giordania, Libano, Algeria e Tunisia. Giovani violentate e poi costrette a sposare i loro carnefici non avranno mai la possibilità di sedersi tra i banchi di scuola, dovendo attendere agli impegni domestici che competono alle bravi consorti. Un aspetto che si rintraccia anche nella tradizione gipsy, con la cattura della sposa spesso ancora minorenne.

La Convenzione di Istanbul emanata dal Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica è il primo strumento giuridicamente vincolante in Europa nel campo della violenza domestica e contro le donne. Entrata in vigore nel 2014, afferma che «la realizzazione della parità de jure e de facto tra donne e uomini è un elemento fondamentale nella prevenzione della violenza contro le donne» e definisce la violenza domestica come «tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o dell’unità domestica o tra i coniugi o i partner precedenti o attuali, indipendentemente dal fatto che l’autore abbia condiviso o meno la stessa residenza con la vittima».

L’attivista pachistana Malala Yousafzai

Quando possono studiare, le donne tendenzialmente registrano risultati più brillanti nel percorso formativo e in quasi tutti gli indirizzi rispetto ai colleghi maschi, ma sul mercato del lavoro scontano un forte divario in termini occupazionali, contrattuali e retributivi.

Le disparità persistono anche in Europa, dove le donne guadagnano in media il 20% in meno rispetto dei colleghi uomini. Il 35% ha subito abusi da parte del proprio partner ed in circa 155 Paesi sono ancora in vigore leggi discriminatorie. Femminicidi ed aggressioni rimangono nelle cronache quotidiane. Sorprende anche il Nord Europa delle pari opportunità di Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca, dove paradossalmente si registra il maggior numero di violenze contro le donne. Anche nei paesi scandinavi è radicata una cultura ancora profondamente maschilista, che impedisce per esempio alle donne di essere presenti in alcuni settori del lavoro. Limitazioni a ben vedere presenti quasi ovunque, come il Regno Unito che, tra le altre cose, non permette alle donne di arruolarsi nel corpo della Royal Marines, o Città del Vaticano in cui le donne non possono votare (voto riservato solo ai cardinali con meno di 80 anni).

Palazzo Bo, sede storica dell’Università degli Studi di Padova

Nei paesi più civilizzati probabilmente si soffre del “contraccolpo” al fatto che i concetti tradizionali di virilità e mascolinità siano in evoluzione. La violenza sarebbe vendicativa: il risultato di una reazione alla libertà delle donne che diventa più dirompente proprio laddove si spinge per la parità, rivisitando i ruoli tradizionali, l’identità e il potere degli uomini. Un processo in qualche modo vissuto come imposizione, attraverso una serie di atti legislativi, non accompagnati da un reale cambiamento culturale. Emancipazione non voluta o non “digerita” dunque, ma parità non significa essere uguali, è declinabile invece nel rispetto per gli altri e per le differenze. Una donna ha per sua natura intrinseca fisico, biologia e psiche diversi da quelli dell’uomo. Occorre, invece, il riconoscimento come individui di pari importanza, giudicati allo stesso modo indipendentemente da sesso, etnia, religione ed orientamento sessuale.

Come ci ha ben mostrato la cara Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, «date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto» (Oscar Wilde).

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MifacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.