Hanno detto che era sicuro, mentivano: ovvero come (e perché) morire da food riders, consegnando panzerotti fritti

Food Riders che rischiano la vita per pochi soldi

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Non è semplice riuscire a trovare una chiave di lettura che non banalizzi, ancorché tragicamente, la questione delle nuove morti sul lavoro, che interessa i food riders, i fattorini delle consegne a domicilio. Quelli che fino a non molto tempo fa si chiamavano pony express, e la cui condizione di lavoratori precari e sfruttati era oggetto di riflessione, ma anche di parodia fin dagli anni ’90.

La sicurezza sul lavoro è un’antica tradizione

Ma non è più tempo di parodia, non per quanto riguarda il mondo del lavoro che anche linguisticamente, da parte datoriale, cerca in ogni modo di confondere le acque (da pony express a food riders, appunto, ma anche concetti nuovi di zecca – apparentemente – come gig economy) da un punto di vista terminologico,  ma lo scopo non è solo quello di far sembrare nuova una vecchia edizione, bensì quello di nascondere lo sporco sotto il tappeto. Sporco che oggi è rappresentato dalla morte di due corrieri del cibo e di una grave mutilazione subita da  un terzo, negli ultimi sei mesi; uno sporco che assume proporzioni di strage se inserito nei numeri delle cosiddette morti bianche, quelle del lavoro: nel 2018 settecentotredici morti, che diventano  oltre mille e cento se considerate anche quelle in itinere. Ma le differenze sono fittizie, e si riassumono nel concetto di sfruttamento.

Il problema è colossale. E semplicissimo. Considerata la nostra visione epistemologica, affrontiamo la cosa partendo da un concetto linguistico, la terminologia di settore. Linguaggio gergale e settoriale: il mondo del lavoro è anche come lo si esprime, in un certo senso parafrasando Wittgenstein i confini del nostro mondo del lavoro sono quelli del nostro linguaggio. E il nostro mondo del lavoro oggi è composto da eresie lessicali e concettuali, quali caporalato, co.co.co., contratto a chiamata (sparito il “cottimo”?), voucher, lavoro interinale, jobs act, tutor, RSPP, alternanza scuola-lavoro, stagismo (manca una “r”?), food riders, mobbing, on demand, (ver 2.0 della “chiamata”, ma fa meno figo) e, horribile dictu, Navigator. L’analisi degli aspetti linguistici (che non si esaurisce così, ovviamente) ci dice che, anche qui, nulla é cambiato e nulla cambia: Bente evidenziava che nelle strutture aziendali ai cambi dirigenziali nelle Aziende-Moloch segue immediatamente il cambio di carta intestata, finalizzato a far credere che sia in atto un cambiamento sostanziale. La psichiatria invece ci insegna che la stessa dirigenza presenta nella stragrande maggioranza dei casi fortissimi tratti sociopatologici (salvo eccezioni, ça va sans dire), necessari e funzionali al comportamento disumano da tenere nei confronti della forza lavoro, disumanizzata secondo principi Goebbelsiani: e la formazione dirigenziale che cos’è, se non propaganda?

Si poteva ridere, ora non più

È memorabile, per quanto ai confini della realtà, la frase di un ceo italiano di un colosso del food delivery, che disse in tempi recenti: La nostra azienda è un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un piccolo stipendio. Praticamente, essere food riders è un privilegio, mentre la mentalità sottesa è agghiacciante. Solo il Ceo di Nestlè aveva raggiunto in precedenza simili vertici di improntitudine, dichiarando l’acqua un bene non primario per l’umanità; e ci conferma che questa altezzosità da manginobrioches è un prerequisito per il datore di lavoro, che dai tempi di Adriano Olivetti in poi ha ampliato la forbice economica e relazionale con la base al punto da ri-credersi (il suffisso è iterativo) casta di origine divina vs. paria.

Sempre linguisticamente, stupisce anzi l’uso dell’aggettivo qualificativo: ma evidentemente nemmeno un manager rampante (sempre la gergalità) ha l’ardire di definire altrimenti uno stipendio che può arrivare anche a soli  tre euro lordi l’ora, se non proprio legato alla singola consegna. I ritmi di lavoro disumani e le sanzioni al minimo errore sono ormai endemici al mondo del lavoro, italiano e non solo, e sempre più all’insegna del precariato permanente: la combinazione di questi tre fatti rende ovviamente il lavoro sempre meno sicuro. Senza che a nessuno importi granché, se non in maniera estemporanea ed epidermica.

Nei giorni scorsi abbiamo avuto il decimo anniversario dell’osceno incidente alla Thyssenkrupp. Ben poco sembra avvenuto in meglio rispetto a quell’imperdonabile evento, se non sotto forma di parole vane e contenitori vuoti come corsi sulla sicurezza, sui DPI, sulla prevenzione, che servono a muovere un certo indotto e nulla più, venendo disattesi all’atto pratico sui posti di lavoro. Qui sta la semplicità del discorso di cui dicevano: il mondo del lavoro è un labirinto, un vaso di Pandora, ma la difficoltà reale sta nelle conseguenze del liberismo sfrenato, nella corsa alla negazione dei diritti e all’accaparramento insaziabile, nella credenza alla possibilità della crescita economica illimitata.

Detto in modo didascalico: nessuna norma di sicurezza sarà mai sufficientemente restrittiva se chi deve sovrintendere alla sua applicazione non tiene in alcun conto la vita umana, sia il lavoro situato in fonderia, in ufficio o su uno scooter da food riders a consegnare panzerotti fritti.

L’arte si è spesso occupata più seriamente dei sindacati nel denunciare le condizioni di lavoro disumane: Steinbeck, Bruce Springsteen (Once I’ve made you rich enough to forget my name, la disumanizzazione), 16 tons. Nell’album We can dance, i Genesis hanno inserito una canzone avente per argomento la costruzione delle ferrovie inglesi nel 1800, Driving the last spike. Molti versi sono estremamente significativi del rapporto universale datore di lavoro – prestatore d’opera. O padrone – schiavo. In ogni caso, Driving the last spike parla di un crollo di una galleria in fase di scavo, nel quale perdono la vita lavoratori a decine.

all around there were broken men. They’d said it was safe. They lied.

Avevano detto che era sicuro. Mentivano.

Non c’è altro da aggiungere.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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