I grandi classici – Tarzan delle scimmie, Kala e Lord Greystoke insegnano cosa vuol dire coraggio e famiglia

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«E poi c’era quel nasino minuscolo; era tanto sottile da apparire stentato. Arrossì paragonandolo al bel naso camuso del suo compagno. Quello sì che era un vero naso! Occupava quasi tutta la faccia! Doveva essere bello essere tanto attraenti, pensò il povero piccolo Tarzan». Il bello di Tarzan delle Scimmie, romanzo di Edgar Rice Burroughs sta soprattutto in questo, che non coincide con i motivi del successo planetario del personaggio nato nel 1912 appunto con Tarzan of the Apes (prima pubblicazione su rivista, in romanzo nel 1914), a cui però seguirono altri ventisei romanzi ed un’infinità di film, riduzioni teatrali, fumetti, citazioni, videogiochi, pubblicità, imitazioni e parodie più o meno riuscite.

Perché tutti, anche i lettori meno appassionati, conoscono Tarzan, probabilmente più attraverso le trasposizioni ormai che non attraverso le pagine di Burroughs, grazie a Tarzan cinematografici come Johnny Weissmuller, alla scimmia Cheetah, al tormentone Io Tarzan, tu Jane, agli aneddoti sulla “composizione” del famoso urlo di Tarzan (e come dimenticare quello di Raimondo Vianello…?). Eppure, Burroughs poté lasciare in eredità circa dieci milioni di dollari nel 1950, avendo venduto alcune decine di milioni di copie nel mondo, non solo del ciclo di Tarzan in verità, ma anche di quello di Pellucidar, di John Carter e altro ancora – autore estremamente prolifico con oltre 60 titoli ma sempre legato all’avventura.

E qui si innesta la ricerca di una spiegazione: perché dal punto di vista letterario, un libro come Tarzan delle scimmie è oggettivamente debole. Un lessico didascalico al limite ed una sintassi semplice possono anche essere considerati punti a favore a seconda del pubblico che si elegge a proprio target; ma la trame sono fondamentalmente semplici e pressoché prive di intreccio e sottotrame, e nel corso del ciclo (limitiamoci a considerare Tarzan, ovviamente) scadono quasi nel ridicolo (lo scrivente porta ancora su di sé i segni del trauma infantile della lettura di Tarzan e gli Uomini-Leopardo). Parimenti, lo sviluppo del piccolo Tarzan è del tutto improbabile, capace di progressi improponibili stanti le condizioni ambientali ed il rapporto con la tribù di gorilla, e sul fatto di riuscire ad imparare a leggere da solo non commentiamo neppure: d’altra parte, la cronaca ci ha consegnato in passato storie di “bambini selvaggi”, che una volta riportati alla cosiddetta civiltà non hanno trovato modo alcuno di integrarsi.

Ancora bambino, il Tarzan della Disney

Eppure, come anche Kipling ed Il Libro della Jungla stanno a dimostrare, il rapporto civiltà-infanzia-primitività è gravido di fascino: a parte la consueta affezione per la figura dell’eroe che combatte contro un’avversione dell’universo nei suoi confronti (da Ettore a Batman), in Tarzan è stata portata avanti la tematica della fascinazione per il recupero delle emozioni primitive dell’uomo civilizzato: una sorta di discesa nell’Es freudiano, quindi, sebbene l’introspezione psicologica sia del tutto assente dalle corde di Burroughs? In un impianto avventuroso e affascinante quanto mai – Burroughs di fatto costruisce un intero universo alternativo, non meno di Tolkien (persino con un abortito tentativo di costruzione di linguaggio inventato), completo di civiltà perdute, mostri degli abissi, antiche conoscenze e continenti inesistenti, dalle conseguenze incalcolabili sulla cultura americana e non.

Nondimeno, l’aspetto più interessante di Tarzan delle scimmie è oggi costituito non dall’impianto avventuroso, quanto dal fatto di incarnare nel personaggio uno dei nuovi archetipi umani: il desiderio di fuggire – e sfuggire – dall’alienazione della civiltà urbano-industriale. E se l’avventura è esplicitata e aggettivata sotto i nostri occhi, non così per la relazione col mondo animale. Antropomorfizzato, certo, ma per assurdo anche Tarzan stesso è antropomorfizzato da Burroughs, che gli attribuisce doti “umane” innate e superiori (del resto, anche al padre biologico di Tarzan, Lord Greystoke, Burroughs regala capacità nobili e da Jack of All Trades assolutamente improponibili).

Edgar Rice Burroughs

E ancora, Tarzan (romanzo e personaggio) si pone anche come un campione della ricerca epistemologica: Tarzan, un piccolo uomo primitivo… una figura allegorica dell’essere primordiale che cercava a tastoni, nella buia notte dell’ignoranza, una via verso la luce della conoscenza. Ma tornando all’inizio, colpisce anche e soprattutto l’aspetto antispecista ante litteram di Burroughs, che mostra in molte pagine un assoluto rispetto verso il regno animale. Quando Tarzan viene ferito quasi a morte da un altro gorilla, Kala lo assiste e Burroughs descrive così la cosa: «Nessuna madre umana avrebbe dimostrato l’abnegazione e il senso di sacrifico e devozione di quella povera bestia selvatica per il piccolo orfanello che il Fato le aveva affidato».

Più ancora, però, la citazione di cui all’inizio rimanda ad una tematica chiaramente antirazzista, che viene splendidamente ripresa peraltro nel film Disney del 1999: nonostante l’aspetto esteriore ci diversifichi, dentro di noi batte lo stesso cuore. «…cominciò a rendersi contro della grande differenza che esisteva tra lui ed i suoi compagni. Il suo piccolo corpo abbronzato… improvvisamente gli fece provare un sentimento di profonda vergogna. Infatti, si rese conto di essere totalmente privo di peli, come un serpente ripugnante, o un qualsiasi rettile». En passant, come Disney e Phil Collins evidenziano benissimo, Tarzan è anche un romanzo di formazione.

Del resto, Tarzan significa Pelle Bianca, nell’universo di Burroughs, che ci mostra così l’assurdità e la stupidità del razzismo invertendo l’ordine dei fattori. Da molte parti, oggi, si tende a proporre una narrativa per bambini e ragazzi preconfezionata ed edulcorata, con una serie di operazioni editoriali francamente deprecabili. Tarzan, al netto di descrizioni anche piuttosto crude e ben poco politically correct potrebbe anche essere ascritto al sottogenere (sull’esistenza e opportunità del quale abbiamo grossissime riserve), e andare a rimpinguare un corpus di classici già ampio e meraviglioso di suo senza bisogno di aggiunte spurie. Ma la nostra convinzione è che la lettura di Tarzan, oltre che avvincere potrebbe far bene anche a molti adulti, bisognosi di un ripasso dei concetti di nobiltà d’animo, di amore, abnegazione e rispetto.

E magari anche di famiglia.

Mia madre era una scimmia, disse Tarzan tranquillamente, e naturalmente non mi ha potuto raccontare molto. Mio padre, non ho mai saputo chi fosse.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

 

https://www.youtube.com/watch?v=EIohWZ1TPIMSimili

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