I grandi saggi – Il mestiere di scrivere, l’amore per le parole nelle parole di Raymond Carver

Raymond Carver, Il mestiere di scrivere

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Non è che sia difficile immaginare di cosa possa parlare un saggio intitolato Il mestiere di scrivere. Meno genio intuitivo ancora richiede, quando la quarta di copertina riporti «Il mestiere di scrivere raccoglie le lezioni, gli esercizi, i consigli e le note sulla scrittura di una dei maestri della narrativa americana» (e con la sinossi del testo siamo a posto). La faccenda cambia aspetto, però, quando si veda che il maestro in questione è Raymond Carver.

Innanzitutto, perché Carver, anche poeta, come narratore è stato un fiero sostenitore del racconto, suo l’aforisma che paragona un buon racconto ad una dozzina di cattivi romanzi: il che ovviamente non ha poche conseguenze sulla visione della scrittura di Carver, da un punto di vista tecnico, ma anche storico e personale. Il saggio, in realtà, è una raccolta di saggi, prefazioni e lezioni: Carver fu insegnante di scrittura creativa, sebbene non del tutto convinto. Attualmente, in generale gli editor storcono il naso davanti al racconto, come fosse un genere minore, e scoraggiano gli autori spingendoli verso il romanzo: un po’ non tenendo conto della gigantesca tradizione letteraria del racconto, un po’ tenendo spazio e per i propri, di racconti (che ovviamente meritano spazio e pubblicazione). Al contrario, Carver fu sostenitore anche dei racconti degli altri, e anche dei propri allievi, come ricorda Jay McInerney in un contributo al volume.

Ma Il mestiere di scrivere è più di questo, più di un diario, di una confessione, di una dichiarazione poetico-programmatica. Il peso specifico delle idee di Carver, riferite anche alle sue opere maggiori (Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Da dove sto chiamando, il racconto Vicini), è indubbiamente elevato, e singolare, e buono. «Ci sono scrittori che di talento ne hanno tanto; non conosco scrittori che non ne abbiano», spiega, introducendo una tematica generale: il presupposto della scrittura dev’essere la sincerità rispetto a ciò che si vuole, o sente di dover, dire. Ciò premesso, il resto consiste nell’essere coerenti rispetto alla convinzione che le parole vadano affrontate con rispetto e cautela, il loro uso affrontato con decisione e precisione.

Molte idee contenute nei saggi della raccolta vanno in questa direzione; estremamente affascinante è l’intersecarsi della per così dire teoria con il riferimento alla pratica, alla vita vissuta di Carver, la cui scrittura fu per lungo tempo condizionata sia da un matrimonio in età alquanto giovane seguita immediatamente da due figli, che scandivano la brevità del tempo dedicabile alla scrittura, sia uno stato quasi costante di indigenza, che obbligava a pensare alla sopravvivenza attraverso lavori disparati e poco gratificanti. Il filo conduttore comunque, nelle pagine de Il mestiere di scrivere, è che la scrittura deve essere sincera. «Troppo spesso lo sperimentalismo viene usato come una specie di licenza per scrivere in modo sciatto, sciocco o imitativo»: sincerità e spontaneità non sono però mai sinonimi di improvvisazione, anzi, Carver scrive righe estremamente interessanti sul piacere della revisione, sulla necessità di limare il testo, perché non esiste racconto che, lasciato riposare un tempo sufficiente dopo la sua stesura, non possa essere migliorato riprendendolo in mano.

America oggi, da Carver a Robert Altman

Può risultare piuttosto ovvio, ma Il mestiere di scrivere è anche una riflessione sul perché scrivere. E sul rapporto tra Verità e Verosimiglianza. Ad affascinare, poi è il fatto che in questa ampissima riflessione sulla scrittura Carver sia riuscito ad applicare il proprio stile di scrittura, e quindi a portare avanti quella che è stata definita Teoria delle Omissioni. La precisione delle descrizione, l’andamento colloquiale, la chiarezza espressiva e le ripetizioni, innestate su trame apparentemente esili, hanno portato non poche critiche e accuse di “minimalismo” (qualora ciò possa essere una colpa): in realtà, la scrittura di Carver è un contrasto costante vuoto/pieno, in cui quello che non viene detto risulta essere importante quanto quello che viene esplicitato. Come questo possa accadere, va visto attraverso la lettura e la rilettura di Carver, prima i racconti e solo poi questo imprescindibile Il mestiere di scrivere.

Raymond Carver ci ha lasciati a soli cinquant’anni, nel 1988. Nonostante tra i suoi mestieri non ci sia stato quello del giornalista, la sua forza, la ricerca della chiarezza, l’ammirazione per il valore della parola e della comunicazione ne fanno un potenziale faro illuminante anche per chiunque voglia scrivere giornalisticamente. Un mentore, insomma, per chiunque provi una vera, irresistibile pulsione verso la scrittura, con l’augurio per tutti, noi compresi, di riuscire a comunicare quello che abbiamo da dire, perché «se non si riesce, dico io, a rendere quel che si scrive al meglio delle nostre possibilità, allora che si scrive a fare?».

Vicini, uno dei racconti più noti di Carver

In realtà, però, il legame con la parola scritta (e non, in verità: magari anche sussurrata, come abitualmente parlava Raymond Carver, sopraffatto da gentilezza e timidezza) è ancora più profondo, magico quasi, anche in senso antropologico forse. Sicuramente, in senso esistenziale e psicologico: Wittgenstein diceva che i limiti del nostro mondo sono quelli del nostro linguaggio. Raymond Carver va forse ancora più in là, e dà con le sue idee e la sua bravura un senso a tutti coloro i quali pensano che un punto messo al posto giusto possa trafiggere un cuore, e una virgola possa cambiare il mondo:

In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo,

perciò è meglio che siano quelle giuste

Grazie mille, Raymond.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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