La settima arte tra politica e società – Welcome di Philippe Lioret

Welcome di Philippe Lioret

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Quando il cinema incontra la politica, ogni problematica assume una connotazione alta, importante, che consente un ampio approfondimento culturale, rispetto ad informazioni sterili raccattate in ogni dove. Ne è un esempio Welcome (2009) di Philippe Lioret, una storia incentrata su uno dei fenomeni sociali più discussi degli ultimi anni: l’immigrazione clandestina. Vincitore di diversi premi, come il Premio LUX assegnato dal Parlamento europeo, questo film, come lo stesso regista afferma, non è un atto di ribellione, ma un atto civile e di coscienza.

Se si comincia a non far entrare la gente nei supermercati, poi dove si va a finire? O vuoi che ti compri un libro di storia?

La vita di Simon (Vincent Lindon), un insegnante di nuoto di mezza età, alle prese con un divorzio doloroso dalla moglie Marion (Audrey Dana), si intreccia con quella di Bilal (Firat Ayverdi), un curdo iracheno, in fuga dal suo Paese in guerra per attraversare a nuoto la Manica e raggiungere la sua ragazza in Inghilterra. Sullo sfondo, Calais, una città del nord della Francia, diventata nota per aver ospitato per più di un anno un grande campo profughi, la cosiddetta “giungla”.

Il regista francese svolge compiti semplici in situazioni fredde, minimali, come a volerci dire che, al di là dello schematismo trascendente della trama e del linguaggio cinematografico, c’è un problema complesso da affrontare: l’indifferenza. Le vicende sentimentali dei protagonisti, intrappolate in un Paese che sbatte in galera chi aiuta un clandestino, sono il fulcro centrale della pellicola, un grido strozzato che sembra spingere la cronaca dell’attualità verso un sentiero nuovo, rinnovato. Ma purtroppo, come ci dimostrano le semplici e allo stesso tempo terribili parole di Simon, rivolte alla ex moglie, i limiti umani sembrano prevaricare su ogni forma di speranza:

Vuole attraversare la Manica per rivederla. E io neanche riesco ad attraversare la strada per fermarti.

Le musiche di Nicola Piovani regalano quelle carezze di cui forse l’opera ha bisogno, troppo impegnata a riesumare brandelli di umanità sparsi ovunque. Anche perché, oltre al cineasta e agli interpreti, spetta allo spettatore condurre interamente il racconto, dare risposte a interrogativi scomodi, spesso perturbanti. Welcome illumina le nostre zone d’ombra. Sì, le nostre, nessuno escluso. Tutto grazie ad un cast magistrale e a toni senza pretese, umili che sanno affrontare con coraggio e determinazione un’analisi della realtà territoriale, o meglio del confine, linea di demarcazione che uccide ogni forma di arricchimento personale.

Welcome andrebbe proiettato in tutte le scuole e ai professori andrebbe dato il sacro compito di spiegare ai ragazzi un concetto antico, remoto. Bisognerebbe ritornare a raccontare e a raccontarsi intorno al fuoco, a guardarsi negli occhi, dimenticare per un attimo il concetto di essere bravi e vincenti a tutti i costi. Il “buonismo” o il politicamente corretto non c’entrano un bel niente, si tratta di umanità. Niente di più. Niente di meno.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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