Si stupra per far guerra o si fa guerra per stuprare? Stupri di Guerra: vent’anni di orrore in Congo, e nel mondo da sempre

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Atrocità di guerra in Congo

Potrebbe darsi, ma ne dubitiamo fortemente, che qualcuno si sia accorto che le nostre citazioni preferite sulla malvagità umana si dividano tra Conrad, Schopenhauer e Golding. Oggi inseriamo nella Hall of Fame di settore una sentenza di Emil Cioran, autore cupamente e raffinatamente intellettuale, che sintetizzò L’uomo secerne disastro. Secerne, produce: la scelta lessicale è importante, sta ad indicare la non volontarietà del Male di cui siamo causa; il che sarebbe anche positivo da un punto di vista morale, ma indica altresì l’ineluttabilità della lotta dell’Uomo contro il Male alias Se Stesso. Dal punto di vista etico, è questo il solo modo che vediamo possibile per giudicare, per l’ennesima volta, una “notizia” come quella del perdurare degli stupri di guerra delle milizie private in Congo.

Il termine pornografia ha etimologia greca, letteralmente va a parlare della rappresentazione delle prostitute, ma nell’accezione più ampia – e deleteria – lo usiamo oggi come sinonimo grossolano di una locuzione che stia a significare esibizionismo relativo ad oscenità inguardabili. Come gli stupri di guerra. In Congo o dovunque vogliate, perpetrati da milizie private. Dalla tentazione pornografica del giornalismo bisogna rifuggire, sottile è il discrimine tra il dovere di documentare e quello di non approfittare di situazioni al limite per fare sensazionalismo. I numeri del Congo sono agghiaccianti: vent’anni di guerra (civile? La guerra non è mai civile), oltre sei milioni di morti. E 50.000 donne vittime di stupri di guerra, still counting. Il Congo, considerato la Capitale Mondiale dello Stupro. Dove si consuma uno stupro al minuto. Aumentati, ovviamente, anche dopo il conferimento del Premio Nobel per la Pace a Nadia Murad e Denis Mukwege. Come poteva essere altrimenti?

In effetti, non poteva. I conflitti congolesi hanno il tacito ma efficace consenso dell’occidente industrializzato, quello del terziario avanzato come si soleva dire, perché il Congo possiede immense risorse, soprattutto minerarie, tra cui spiccano cobalto e coltan. Quest’ultimo, il columbo-tantalite, è una miscela complessa ad elevato punto di fusione, prezioso per l’industria del cellulari e computer. Raro e prezioso, viene spesso letteralmente barattato direttamente con armi dalle organizzazioni militari e paramilitari africane: dal che, possiamo in tutta serenità trarre la conclusione che, nel mentre spargiamo odio sui social con i nostri smartphone di ultima generazione stiamo anche finanziando la guerra in Congo e contribuendo ad alimentare gli stupri di guerra. E anche mentre scriviamo contro tutto questo, lo stiamo alimentando comunque.

Ma va detto, anzi ripetuto, che gli stupri di guerra non sono una novità, né del Terzo Millennio, né del Secolo Breve. È una prassi consolidata nei millenni e diffusa ovunque, ben prima che Goebbels copiasse i suoi paradigmi da Gustave Le Bon, perché produce (ed è anche prodotta, va detto) una spersonalizzazione del nemico che consente di trattarlo come se non fosse un essere umano. E causa traumi psicologici che non segnano soltanto la vittima, ma tutta la famiglia, il villaggio, la tribù. Il popolo intero, minandone il morale e la stessa voglia di vivere e lottare.

Miniera di coltan in Congo, possiamo tollerare tutto per un nuovo telefono

Non è un caso, infatti, che le statistiche ci dicono che in Congo anche un uomo su quattro ha subito violenze sessuali. Non è un caso che gli stupri di massa che potremmo definire a sfondo etnico abbiano come scopo quello di ingravidare le donne del nemico, come ci racconta anche l’epica e la storia antica, “piano di sostituzione” ante litteram. Non è un caso che Mukwege abbia raccontato che a seguito degli stupri di guerra delle ragazze e bambine più giovani queste subiscano spessissimo danni permanenti agli organi genitali: si fiacca la capacità procreativa di un’etnia, oltre che il suo morale.

Fin qui, tutto normale. Usuale. Soprattutto, quello che ci diciamo senza troppi problemi.

La donna che canta, film sugli stupri di guerra

Quello che non diciamo spesso, nemmeno noi buonisti, è che quella della guerra voluta dai poteri forti e subita dai popoli è un falso mito. “Professionista”, riferito al mondo militare, è un sinonimo politically correct per “mercenario”, ed intorno alla guerra ruota una galassia fatta di imprenditori di materiale bellico, indotto familiare, carriere lavorative, la guerra è un affare che porta affari, con l’assenso palese ed entusiastico di una cerchia relativamente ristretta di individui, ed una larghissima maggioranza silenziosa che tace e acconsente. In quest’ottica, lo stupro di guerra è un dato acquisito per gli operatori di settore.

Si stupra come arma per fare la guerra, come riporta anche la motivazione del Nobel a Murad/Mukwege; ma anche si fa guerra per avere il diritto stuprare – o a torturare, a seconda delle perversioni preferite. La cosa è nota, e pertanto contemplata, nella quasi totalità dei casi, con la sicurezza di non subire conseguenze. Fa parte del pacchetto. Un benefit, in sostanza. Magari non determinante per assumere la decisione di operare nel settore bellico, ma che certamente non si rifiuta, a prescindere dal fatto che si lavori in un esercito regolare, pararegolare o in una missione di pace (sentito parlare del “transactional sex“? Anche quello è stupro), come abbiamo visto in passato. Passato che andrebbe studiato con maggior attenzione: invece, il solito politically correct vuole per forze di cose scindere la guerra da saccheggio e stupro, considerandoli al massimo come effetti collaterali, visione di comodo, mentre le sono connaturati.

E la guerra è un bisogno. Economico e primario, potremmo dire. Per mantenere il nostro tenore di vita, qualcuno bisogna pur depredare, diceva Alberto Sordi. Se ci scappa anche uno stupro, tanto meglio, nell’ottica mercenaria: come la scopatina clandestina con qualche collega del meeting annuale d’Azienda.

Oh, sappiamo essere così stoici nel sopportare il dolore degli altri. Specie poi quando è ben confinato a casa loro.

Vieri Peroncini per MIfacciodicultura

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