I grandi saggi – “Essere vegetariani nell’antica Grecia”, la cultura antispecista nasce con Plutarco e Porfirio

Vegetariani nella Grecia Antica

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Un filone della saggezza popolare vorrebbe che non si portassero a casa i problemi del posto di lavoro: ma suvvia, chi non usa raccontare in famiglia qualche aneddoto della giornata appena trascorsa in ufficio? Siano essi faceti o emblematici, curiosi o irritanti, amiamo condividere alcuni aspetti della vita professionale con le persone più importanti, relative all’attività che in realtà occupa la maggior parte del nostro tempo da svegli. Premesso un tanto, ci chiediamo come saranno i racconti attorno al tavolo della cena di chi di mestiere viviseziona beagle, apre il cranio a bastonate ai cuccioli di foca, scuoia vivi cani da pelliccia. Un’occhiata in giro ed una al web, e pare assodato che moralmente la nostra nazione vive un momento di profondo regresso. Questo per dirla con Gandhi, che come è evidente aveva connaturata in sé una visione positiva dell’uomo. Non così Schopenhauer, che tra le altre cose pensava che la bontà d’animo fosse intimamente connessa al modo di trattare gli animali. L’osservazione empirica, pertanto, ci restituisce un giudizio di un’umanità crudele, malvagia e in stato di pieno regresso. È in chiave storica che colpisce lo stato delle cose rispetto al rapporto uomo-animali, ed è in quest’ottica soprattutto che si può godere appieno della lettura del dittico di saggi raccolti sotto il titolo Essere vegetariani nell’antica Grecia, che raccoglie due scritti di Porfirio e Plutarco.

Operazione alquanto interessante, quella proposta dalla casa editrice Il Melangolo, che con due testi relativamente distanti tra loro (Porfirio visse tra il 233 ed il 305 d.C., tra il 46 ed il 127 d.C. circa, entrambi neoplatonici) documenta la sensibilità dei Greci verso il mondo animale. Il titolo, del resto, Essere vegetariani nell’antica Grecia, rende intuitivo il contenuto dei due saggi, che si intitolano rispettivamente Sull’astinenza dagli animali e Sul mangiare carne, partendo dal presupposto che l’abitudine di non cibarsi di animali era basata anche su principi di ordine religioso (nei circoli pitagorici si stimava valida l’idea della metensomatosi e della possibile reincarnazione anche in animali), il concetto di base soprattutto di Plutarco è di tipo panteistico. Porfirio compie una sorta di excursus storico, ponendo maggiormente la questione sul piano sociale: «la storia e l’esperienza dimostrano che con l’uccisione degli animali furono introdotti il lusso, la guerra e l’ingiustizia», partendo dall’esperienza spartana in fatto di rifiuto della carne nell’alimentazione, ma in entrambi i casi vi è esplicitata la convinzione che l’alimentazione carnivora non sia affatto naturale per l’uomo, ma un effetto della degenerazione dei costumi, incrociando quindi preoccupazioni sia etiche che salutistiche.

Plutarco

Tra i due saggi de Essere vegetariani nell’antica Grecia, è però senza dubbio più significativo e pregnante il lavoro di Plutarco. Da un punto di vista letterario, il segno distintivo della prosa plutarchea è la limpidezza della frase ed il ricorso continuo al paragone, come usuale nella letteratura antica; sotto l’aspetto tematico, è fondamentale l’accentramento del discorso sulla crudeltà connessa al cibarsi di animali che «poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano».

Emblematico il quarto paragrafo: «tuttavia nulla ci turba… nemmeno la straordinaria intelligenza di queste creature infelici. Invece, per una piccola porzione di carne le priviamo del sole della luce e del tempo di vita». E Plutarco, con sorprendente modernità, punta sull’aspetto macabro delle tavole imbandite dei ricchi che si servono di cuochi e cucinieri per abbellire dei cadaveri, preconizzando il trash all’ennesima potenza del nostro presente, le varie tipologie (si fa per dire) dei cooking show, spettacoli vacui e macabri come non mai.

Chi è crudele con gli animali non può essere buono

Parla di sete di sangue, Plutarco, e punta il dito sul paradosso di doverla però soddisfare condendo e preparando la carne «affinché il palato, tratto in inganno, possa accettare ciò che gli è estraneo». Il discorso legato al vegetarianismo e al veganesimo in potenza è ovviamente fondamentale, in Essere vegetariani nell’antica Grecia, nondimeno, come detto, l’aspetto etico è basilare, ed esso si amplia a 370 gradi: «è del tutto evidente che gli uomini hanno fatto dell’empietà un piacere, solo per sazietà, insolenza e lusso sfrenato». E ancora: «Ma a quanto pare noi uomini siamo più sensibili agli atti contrari alle convenzioni che a quelli contrari alla natura». Dal che, è evidente che alla domanda «Per noi la vita vale così poco?» non si possa che rispondere in modo tragicamente affermativo, dopo quasi 2000 anni, persino quando la vita è, in senso stretto, la nostra.

C’è ancora una domanda che Plutarco ci pone da questo suo discorso, partito dalle considerazioni sul mangiare carne, e che invero avrebbe potuto essere la degna conclusione (che ad onor del vero non è giunta fino a noi) di tanta eloquente passione:

«Ma al di là di queste considerazioni, non pensi che sarebbe meraviglioso abituarsi ad essere più umani?».

Il problema è che ci siamo abituati esattamente al contrario.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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