George Harrison: talento e sensibilità del più grande dei Beatles

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20/11/2002, 1 year to the day. Concert for George – Eric Clapton alla Royal Albert Hall: «We are here to celebrate the life and music of George Harrison».

Harrison col Maestro Ravi Shankar
Harrison col Maestro Ravi Shankar

Così, nella maniera più semplice possibile, un quasi ascetico Slowhand introdusse il monumentale evento-concerto che celebrò George Harrison (Liverpool, 25 febbraio 1943 – Los Angeles, 29 novembre 2001) ad un anno esatto dalla sua morte. Il video del concerto ha una funzione esplicativa: serve a tentare di capire la grandezza di questo artista attraverso il seguito, la partecipazione ed il calore che emana da ogni singola inquadratura. Non solo, però: per quanto singolare possa apparire, e al di là del fatto che Harrison avesse sin dagli anni ’60 abbracciato le filosofie di vita orientali, uno dei termini che ricorre maggiormente nel concerto è love, amore. Noi amavamo George, noi amiamo George: e quanto lo amiamo.

E per quanto ancora più singolare possa apparire, non c’è esibizionismo in queste manifestazioni d’amore per George Harrison: semplicemente, volergli bene era una cosa naturale ed altrettanto naturale è stato dimostrarlo al mondo, perché capisse quanto aveva perso ma anche quanto aveva avuto la fortuna di ricevere.

Nonostante sia scomparso a soli 58 anni per un cancro, George Harrison ha lasciato talmente tanta musica indimenticabile da rendere praticamente impossibile una silloge: nella brillantissima carriera da solista, ci piace ricordare l’album del 1987 Cloud Nine, che contiene due hit come I got my mind set on you e When we was fab, quest’ultimo pluripremiato anche per l’innovativo videoclip musicale. Ma già l’album di esordio, All the things must pass del 1970 era stato ambizioso e raffinato, con una hit del calibro di My sweet Lord, seguito tre anni dopo dall’album Living in the material world avente come hit di riferimento Give Me love (Give me peace on earth).

Un fotogramma di When we was fab, con Ringo Starr

Passando così, come nuvole portate dal vento sopra la vita di George Harrison, vediamo l’impegno nella cinematografia, la fondazione di una propria casa musicale, ma soprattutto l’organizzazione di quello che forse fu il suo impegno più importante, l’organizzazione del famoso Concerto per il Bangladesh del 1971, a favore delle popolazioni di profughi dalla guerra civile tra India e Pakistan che portò alla costituzione dello Stato del Bangladesh: doppio evento che si tenne al Madison Square Garden di New York e che portò alla vendita di quasi 5 milioni di copie dell’album live. Per capirci, fu il primo evento benefico di portata planetaria nell’ambito della musica, anche se attualmente si ricorda, per quelli che ne hanno facoltà, maggiormente il Live Aid di Bob Geldof del 1985 a cui parteciparono musicisti come Ringo Starr, Eric Clapton, Jeff Lynne, Ravi Shankar e Bob Dylan.

Non sono che uno dei tanti che sa suonare un po’ la chitarra. So scrivere un po’. Non credo di saper fare nulla particolarmente bene, ma credo che, in un certo senso, sia necessario che io sia esattamente così.

Quello che non sapeva fare nulla particolarmente bene ebbe poi una incredibile esperienza in un gruppo musicale di grande successo e incredibile spessore: tra il 1988 ed il 1990 infatti fece parte del supergruppo Travelling Wilburys, che pubblicò due album, Vol. 1 e Vol. 3. Oltre a George Harrison, dei Travelling Wilburys facevano parte musicisti del calibro di Roy Orbison, Jeff Lynne, Tom Petty e Bob Dylan: al di là del falso mistero relativo alla reale identità dei “fratelli Wilbury”, che giocavano anche sul cognome “enigmistico”, l’esperienza di 5 mostri sacri del rock che portavano ciascuno liberamente il proprio contributo al gruppo in modo paritario diede come risultato almeno uno dei due album nella Hall of Fame e due singoli memorabili come Handle with care e, soprattutto, End of the line.

Un album capolavoro, “Cloud nine”

In chiaroscuro, anche se non nel ricordo e nell’opinione di Harrison, l’esperienza con un altro gruppo di inizio carriera, una formazione a quattro originaria di Liverpool chiamata Beatles. In questo gruppo, con cui rimase dal 1960 al 1970, Harrison patì le strabordanti personalità e la prosopopea di elementi come John Lennon e Paul McCartney: l’esperienza comunque servì a farlo maturare sia come artista dal punto di vista strettamente musicale che nella sicurezza e autoconsapevoleza del proprio valore. Nell’esperienza coi Beatles, comunque, Harrison riuscì a realizzare personalmente una trentina di brani del gruppo (tra cui Here come the sun, Something – che secondo un tale Frank Sinatra era la miglior canzone d’amore di tutti i tempi – e While my guitar gently weeps, suonata poi dal grande amico Eric Clapton al Concert for George) e ad essere il fautore della riuscita introduzione di strumenti alternativi come il sitar, ai segreti del quale era stato “iniziato” dal maestro Ravi Shankar, a partire da uno dei brani più significativi dei quattro di Liverpool, Norwegian wood. Harrison comunque ricorderà sempre positivamente l’esperienza coi Beatles, nonostante le difficoltà di rapporto con McCartney (col quale, che lo aveva sempre criticato per le sue capacità come musicista, rifiuterà poi di collaborare dopo lo scioglimento del gruppo) e quelle ancora peggiori con l’altezzoso Lennon (che rifiuterà di partecipare al Concert for Bangladesh a causa del mancato invito di Yoko Ono – che con la musica ha rapporti di qualità quanto Bud Spencer ne aveva col balletto classico), tanto che la bellissima When we was fab è appunto dedicata ai Fab Four, uno dei tanti soprannomi dei Beatles.

George Harrison è stato cremato e le sue ceneri, raccolte in una scatola di cartone, sono state sparse nel sacro fiume indiano, il Gange, secondo la tradizione induista della quale aveva abbracciato la natura spirituale.

Nell’insieme non avrebbe proprio importanza se non avessimo mai fatto dischi o cantato una canzone. (…) Con queste premesse direi che non ha molta importanza se sei il re di un paese, il sultano del Brunei o uno dei favolosi Beatles; conta quello che hai dentro. Alcune delle migliori canzoni che conosco sono quelle che non ho scritto ancora, e non ha neppure importanza se non le scriverò mai perché sono un niente se paragonate al grande quadro. 

 Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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