I Grandi Classici – “Gli Indifferenti” di Moravia, la società malata che contagia l’individuo

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Dante Alighieri ne fa una questione personale, per quella faccenduola tra Celestino V e Bonifacio VIII che lo toccò da vicino, per cui li sbatte nell’Antinferno, ché gente tanto bassa non merita nemmeno la grandezza dell’Inferno propriamente detto, ed è tutto un lor cieca vita, e un non ragioniam di lor: trattasi, ovviamente, degli ignavi, che nel nostro Grande Classico però vanno sotto il nome de Gli indifferenti, romanzo d’esordio di Alberto Pincherle AKA Alberto Moravia.

Gli Indifferenti
Alberto Moravia

Correva l’anno 1929, e per ingannare il tempo nella ridente Bressanone, Pincherle, che non era evidentemente ancora Moravia, iniziò la stesura del libro, per ingannare il tempo durante la convalescenza dal Morbo di Pott, una malattia delle ossa. All’epoca, gli ignavi, o Indifferenti che dir si voglia, avevano già attirato su di sé il biasimo ed il disprezzo con millanta sfumature di ferocia degli intellettuali di tutte le epoche e luoghi: citando a spaglio, George Bernard Shaw diceva che «Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio ma l’indifferenza: questa è l’essenza della mancanza di umanità», mentre Jack Kerouac emetteva il giudizio tranchant «Se la moderazione è una colpa, allora l’indifferenza è un crimine». Entrambi, preceduti da lontano da Socrate, uno che non esitava a prendere posizione, che riteneva che «La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi».

Non abbiamo dubbi che tutti quei bravi borghesi/benpensanti che si battono peraltro attivamente per la negazione dell’accoglienza e dei diritti altrui in generale non abbiano nelle loro corde Shaw, Kerouac e men che meno Socrate (o Brecht/Niemöller, quanto a questo): va detto però che Gli Indifferenti moraviani sono ben lungi anche soltanto dall’ipotesi politica, imbozzolati come sono nella propria vacuità strettamente individuale, che in realtà non viene nemmeno lontanamente percepita. Più che sentinelle, Carla, Michele, Mariagrazia, Leo Musumeci sono prototipi dell’omertà più che volonterosi carnefici:

Essendo nato e facendo parte di una società borghese ed essendo allora borghese io stesso, Gli Indifferenti furono tutt’al più un modo per farmi rendere conto di questa mia condizione. […] Che poi sia risultato un libro antiborghese è tutta un’altra faccenda. La colpa o il merito è soprattutto della borghesia.

Questo fascino discreto richiama Svevo, virati sui toni dell’esistenzialismo e dell’alienazione sociale, ma ha anche degli epigoni alquanto feroci, come lo scrittore statunitense Bert Easton Ellis (ma anche il Jay McInerney di Tanto per cambiare) nel devastante American Psycho e nel subdolamente angoscioso Meno di zero: nel primo di tali romanzi, Ellis descrive una classe sociale elitaria, “superiore” agli Indifferenti di Moravia, ma l’attitudine esistenziale è la stessa, un mondo popolato di fantocci che si angoscia per il colore del proprio biglietto da visita e vive con indifferenza, appunto, la sorte delle persone che li circondano.

La trama de Gli Indifferenti è nota, anche grazie al film che ne trasse nel 1964 il regista Maselli, con la presenza di Claudia Cardinale: due fratelli, Carla e Michele, la madre Mariagrazia rimasta vedova, e una sorta di faccendiere, Leo Musumeci, che della madre è amante ma aspira alle grazie della figlia, ma non esita ad approfittare della condizione di difficoltà economica in cui versa la famiglia. La prosa di Moravia è semplice dal punto di vista delle scelte lessicali, quanto raffinata e precisa, elaborata da quello della sintassi del periodo (anche se desta qualche perplessità la scelta “tipografica” per rendere il monologo interiore che si accompagna costantemente ai dialoghi come commento contrappuntistico, scelte che rendono la lettura poco scorrevole): per questa via, lo scrittore riesce a riesce a rendere con perfetto realismo una società meschina e ipocrita come quella borghese, nella quale tutto è un falso, nulla è autentico, basata su una serie infinita di convenzioni e vanità.

Gli IndifferentiIl clima de Gli Indifferenti è quella di una costante menzogna, che assurge a valore: nella generale noia ed indifferenza, le sole scosse vengono da sporadici momenti di verità. Non è segno di sanità mentale essere bene adattati ad una società malata: infatti, l’indifferenza e la noia che attanagliano soprattutto Carla e Michele hanno i tratti della malattia esistenziale, e anche la sessualità, che Moravia esplora costantemente nella sua opera a partire da questo esordio (che per questo stesso motivo destò un notevole scandalo), è presentata sotto il segno della morbosità o, ancora, dell’indifferenza.

Per certi versi, potremmo dire che Moravia dipinge una classe simile a quella presa di mira da Fitzgerald, ma dalla quale viene espunta ogni forma di grandezza: e se dovessimo trovare un limite al romanzo di Moravia, e dobbiamo in quanto si tratta di un limite evidente per quanto giustificato dalla giovane età dell’autore (che all’epoca della pubblicazione aveva appena 22 anni), questo è l’insopprimibile tendenza all’esplicazione didascalica. Moravia, cioè, non riesce a sopprimere il bisogno di utilizzare costantemente l’accoppiata terminologica indifferenza – noia, usate in maniera programmatica, che quindi vengono continuamente sbattute in faccia al lettore, spiegate quasi dal narratore esterno onnisciente e anche un po’ saccente, invece di far emergere il tema di questa affezione dell’animo (e della società) dall’intreccio.

E sì che come dichiarazione di intenti sarebbe bastato il titolo Gli Indifferenti, che fa il paio col successivo La noia, lieve neo a cui peraltro non si sottrasse neppure Sartre con La nausea: va detto che, a fronte dell’importanza del tema e della bontà letteraria di tali opere, questo è un difetto che, in buona sostanza, ci lascia Indifferenti.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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