Gian Lorenzo Bernini: la fredda materia sussurra passione e poesia

Bernini moriva a Roma il 28 novembre del 1680

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Teatralità, virtuosismi, passioni: questa è la scultura alta e poetica di Gian Lorenzo Bernini, nato a Napoli il 7 dicembre 1598, primo figlio maschio di Pietro Bernini, uno scultore tardo-manierista nativo di Sesto Fiorentino, e della popolana Angelica Galante. Ne 1605, la famiglia si trasferisce a Roma e fin da piccolo Gian Lorenzo viene istruito al lavoro artistico; proprio grazie agli insegnamenti del padre, riesce a farsi notare. Dalle prime opere il Bernini comincia a dare forma al nuovo Stile Barocco dopo aver superato il modello manierista.

Con Gian Lorenzo Bernini il marmo si anima e prende vita, respira tutta la morbidezza della poesia, la materia si fa parola, racconto, elevata musicalità di linee e curve. Ciò si nota chiaramente in due celeberrime opere che l’artista realizza per il cardinale Scipione Borghese, entrambe custodite presso la Galleria Borghese a Roma: il Ratto di Proserpina (1621-1622) e Apollo e Dafne (1622-1625). Due capolavori mozzafiato che riassumono i principi fondanti dell’arte barocca e della produzione scultorea di Gian Lorenzo Bernini. La prima vede come centro del racconto scultoreo il rapimento della fanciulla, dove un barbuto e possente Plutone, stringe con vigore, energia e desiderio di “possedere” il corpo tenero di Proserpina, e la pietra fredda in questo lavoro muta la sua sostanza e comincia a pulsare, come se contenesse vivaci vene cariche di sangue, accade il miracolo: la materia scompare, si scioglie e vive in un vortice eterno di passione e desiderio, di presa e fuga. I loro corpi sbilanciati verso sinistra e verso destra conferiscono movimento e teatralità all’azione. La scena, dunque, è ricca di pathos e di sentimenti discordanti.

Apollo e Dafne

Analoghe peculiarità dell’arte barocca si riscontrano nel gruppo scultoreo intitolato Apollo e Dafne dove il soggetto ci riporta a un celebre racconto delle Metamorfosi di Ovidio: Cupido, il dio dell’amore e del desiderio sessuale, punì Apollo perché solea vantarsi delle sue abilità nell’usare arco e frecce, facendolo invaghire follemente della ninfa Dafne, che però non lo ricambia e quindi per sfuggire alle sue brame si trasforma in una pianta di alloro. Bernini scolpì proprio il momento della metamorfosi di Dafne in pianta di alloro: le delicate mani della giovane dai capelli ricci e leggeri lentamente divengono foglie e Apollo cerca invano di trattenerla con la mano sinistra. Il volto quasi angelico di Dafne è segnato da un furente grido che accentua la drammaticità dell’azione scolpita. Questa tragicità, però, è resa attraverso una passione meno impetuosa e violenta segnata da un significativo ma minore movimento: allo stesso modo il gruppo scultoreo presenta curve sinuose e un’espressività assolutamente teatrale.

Gian Lorenzo Bernini conferisce corpo e calore al marmo, un materiale di per sé roccioso, immobile, statico e freddo, e rende quindi le sue opere un’eccellente manifestazione delle più intense, vorticose e irrazionali passioni umane.

Altro “verso scultoreo” è dato dalla l’Estasi di santa Teresa (Napoli, 1598 – Roma, 1680): difficile pensare a un’altra opera che riesca a gareggiare con il gruppo berniniano in termini di potenza espressiva, capacità di muovere spirito e anima nell’osservatore e di infondere stupore e ammirazione, perfetta integrazione con lo spazio, sapienza compositiva, maestria tecnica. Sotto una luce dorata che in forma di fitti raggi scende dall’alto per illuminare i due protagonisti, Bernini, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, cattura un’estasi mistica nel pieno del suo svolgimento. Santa Teresa d’Ávila (Ávila, 1515 – Alba de Tormes, 1582), la religiosa spagnola canonizzata da Gregorio XV nel 1622, sta perdendo i sensi e sta per cadere in deliquio: l’espressione del volto in abbandono totale, assoluto, non lascia adito a dubbi, la santa alla presenza divina cede senza remora alcuna. L’angelo, serafico, sorridente, sopraggiunge tenendo con eleganza un dardo dorato rivolto verso il cuore della santa: con la mano sinistra è già pronto a sollevarle lo scapolare onde poterla raggiungere con la sua freccia: un atto d’amore puro, consapevole, una scelta nel cedere a Dio e alla sua divina grandezza senza alcun ripensamento.

Estasi di Santa Teresa

Possiamo parlare di Gian Lorenzo Bernini come di un poeta, perché è eccessivamente restrittivo “ingabbiare” la sua maestria nella semplice parola “scultore”. È pura scrittura d’arte la sua, canto e divina capacità di creare oltre il fermo di un blocco, il battito della vita stessa, l’immagine di un eterno essere, il movimento continuo senza fine dei sentimenti più umani, ma resi secondo una linea comunicativa di elevata poesia. La grande abilità tecnica, insieme ad una fervida fantasia, consente al Bernini di avere una attività produttiva molto vasta, con numerosissime realizzazioni sia in campo architettonico sia in campo scultoreo. Sempre presente fu in lui la ricerca dell’effetto scenografico, avendo cura di fondere scultura e architettura in un’unica spazialità, nella quale anche la luce veniva sapientemente controllata.

In campo architettonico le sue maggiori imprese sono legate, oltre che al colonnato di San Pietro, al Palazzo di Montecitorio e alla Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale a Roma, nonché al palazzo del Louvre a Parigi che anch’egli in parte progettò, in occasione del suo soggiorno francese nel 1665.

Dopo una lunghissima vita dedicata all’arte, dopo aver imposto il suo stile a tutta un’epoca, Gian Lorenzo Bernini muore a Roma il 28 novembre 1680, all’età di 82 anni.

Grazia Nuzzi per MIfacciodiCultura

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