“Your name” e Tokyo: tour nei luoghi reali del film giapponese

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Ora che ci penso, ho l’impressione di aver fatto per tutto questo tempo uno strano sogno, un sogno che assomiglia alla vita di qualcun altro. Non sarà per caso che nei nostri sogni noi ci scambiamo l’uno con l’altro? 

Ntt Docomo building yoyogi (uscita dalla stazione JR di Shinanomachi della linea Chuo)

Lasciata Asakusa, il cammino serale è proseguito alla ricerca dei luoghi più importanti di Your name (君の名は), film d’animazione di Makoto Shinkai, uno dei registri giapponesi più all’avanguardia, considerato addirittura da alcuni critici come “il nuovo Hayao Miyazaki”. La pellicola muove le basi dai sogni di Taki e Mitshua, due adolescenti che appena chiudono gli occhi finiscono per trasmigrare letteralmente nel corpo e nella mente dell’altro. Nella vita reale non si conoscono, ma quando avvengono questi scambi notturni, i dialoghi e le storie che si vengono a creare diventano, seppur dapprima comici, di una sensibilità unica. Se il mondo onirico è il luogo sommo in cui i protagonisti inconsapevolmente si incontrano, Tokyo e una piccola cittadina di provincia sono i setting entro cui si disvelano le due storie in parallelo, e il dato interessante è che il regista di Your Name non ha lasciato nulla al caso. Proprio niente, in quanto ogni scena è costruita partendo dalla rappresentazione veritiera di alcuni angoli delle due località, rese nel dettaglio in tutti gli infinitesimi particolari che uno scenario complesso come quello giapponese può fornire. Un semaforo cambia colore, il cavalcavia circondato dalle strisce pedonali sprofonda nella notte e le scritte del celebre Starbucks Tsutaya all’incrocio di Shibuya scintillano nelle mattine del Sol Levante, dando il benvenuto ai lavoratori mattinieri e regalando un tramonto profumato di caffè ai visitatori frastornati dal fuso orario.

Intrecciare i fili è Musubi. I legami tra le persone sono Musubi, lo scorrere del tempo è Musubi. L’acqua, il riso e anche il sakè; quando una persona consuma qualcosa che si unisce al suo spirito, quello è Musubi. Ecco perché le corde intrecciate che noi creiamo convergono e prendono forma, si intrecciano e si aggrovigliano, a volte si sciolgono, a volte si spezzano per poi legarsi nuovamente. Questo è Musubi, questo è il tempo

Avete mai avvertito quella sensazione, improvvisa e diretta, che senza mezzi termini annuncia che quella persona che avete lì davanti a voi è semplicemente importante? Non servono spiegazioni raizonali per avere questa certezza, perchè probabilmente nemmeno ci avrete scambiato più di dieci minuti di conversazione: si tratta di una consapevolezza che non ha eguali, è a tutti gli effetti una connessione silente ma altisonante.

Attraversamento pedonale all’uscita della stazione JR di Shinanomachi della linea Chuo.

Che sia stato un accumulo di energie o uno scherzo benevolo del destino a farvi incontrare, nessuno potrà mai dirlo con certezza, ma ciò che conta realmente è che in quel preciso istante, dovunque vi troviate, starete sperimentando quella sensazione che antecede la consapevolezza, pronta a spingervi a domandare all’altro «qual è il tuo nome?». Se già altri hanno tentato di descriverla, attribuendogli sostantivi inventati (es.lebenslangerschicksalsschatz in How I met your mother), la leggenda del filo rosso è quella che meglio la esplica. Due anime sono unite tra loro alle caviglie, o ai mignoli secondo altre versioni, e nel corso del loro viaggio sono destinate a incontrarsi, prima o poi. Quando accadrà, lo si saprà all’istante. Alle volte capita di alzarsi una mattina d’inverno avvertendo il desiderio irrefrenabile di recarsi presso una caffetteria particolare chiamato per gustare una bevanda bollente, e chissà mai che il destino non sia seduto lì ad affrontare un nuovo inizio, col sostegno di un sole arancione che fa capolino dietro un incrocio tripartito. Musubi, al di là dell’amore, significa ridere, prendere in mano una fotografia e riaccendere degli stati d’animo sopiti nel pensiero, ma anche una contemplazione del tramonto con una lattina di coca cola rossa e un giornale stropicciato del mattino, oppure ridare vita ai testi neri di un pianoforte addormentato che da il via all’orchestra della Sinfonietta di Janáček.  

Volevo dirti una cosa. Ovunque tu possa essere nel mondo, verrò di nuovo a cercarti e io ti troverò! Il tuo nome è Mitshua, sta tranquilla, me lo ricordo. Mitshua, Mitshua, Mitshua: il suo nome è Mitshua! Il tuo nome è…

Santuario shintoista Suga Glinea Tokyo Metro Maronouchi di Yotsuya Sanchome)

C’è un mondo che si sveglia al crepuscolo (tasogare-doki: il momento della sera in cui non è né giorno né notte, quando il mondo sembra sfumare e si può incontrare qualcosa di non propriamente umano) e chi invece la mattina corre avvolto nella sciarpa invernale oppure sotto il sole di giugno; in ogni modo, in qualunque maniera si finirà per sincronizzarsi con le modalità di qualcun altro, anche se ancora non lo si sa. Si è sempre alla continua ricerca di qualcosa, e nel frattempo si attende, spesso avvertendo una sorta di mancanza, alla stregua di una malinconic a nostalgia per qualcosa che non è mai successo. Quello che è certo è che a ognuno spetta Musubi, il quale arriverà di certo, sotto forma di un calore a fine giornata o in un progetto al di là di un’autostrada illuminata. Pensare che, grazie a Your name, ho trovato Musubi su una scala di periferia. A proposito, se desiderate recarvi alla famosa scala del film, raggiungete lo Suga Shrine e non demordete, le ringhiere rosse sono a pochissimi metri dal santuario, giusto un po’ nascoste per farvi venire l’ansia di aver sbagliato luogo.

Trovarsi realmente lì, nelle località che gli occhi hanno fantasticato di emozioni è stato come vivere un deja-vu, giunto dopo una lunga attesa di verità sognanti, «come una visione dentro a un sogno, niente più di questo. Uno spettacolo magnifico». Forse ero in dubbio sull’esistenza reale di Musubi, ma in quel momento serale di metà settembre ogni dubbio è svanito.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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