#Ontheroad, Tokyo途中 – Shibuya e Ueno, le ore dall’alba al tramonto

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Sono al sicuro nel contenitore del mio io. I bordi coincidono perfettamente: un piccolo clic e scatta la serratura. Così va bene. Sono nel mio rifiugio di sempre.

Shibuya (渋谷区) rientra nella cerchia dei quartieri più rinomati di Tokyo, insieme a Shinjuku, Akihabara e Asakusa. Perchè rivesta un ruolo primario non è difficile comprenderlo, e a suo modo si distingue nettamente dalle altre aree che frastagliano il territorio del Sol Levante caratterizzandolo con un’aurea particolare. Shibuya è conosciuta per il suo incrocio tripartito, che colloca le destinazioni di ognuno diramandole verso nord, ovest o est, dirigendo i cammini di chi, a ogni ora della giornata, in qualsiasi stagione sta compiendo un percorso che lo porterà chissà dove.

L’impressione chi si ha è di essere su un ottovolante colorato, in un turbine di sprazzi variopinti, ruomori intermittenti avvinghiati uno sopra l’altro e idee euforiche mattiniere o più stanche. Il buongiorno lo si ha quando, dall’altro lato delle strisce pedonali, s’intravede lo Starbucks Tsutaya, punto nevralgico per chi il Giappone l’ha sognato tanto prima di arrivarci concretamente, e meta d’interesse conosciuta dalle menti arrivate lì quasi per caso. Inutile dire che anche ai giapponesi è caro perchè, esattamente come fuori dalle vetrate, anche dentro è pieno di gente del posto. “One cappuccino, thanks”, ed è subito mattina, l’unica in cui il jet lag si è fatto sentire per davvero. Da lassù, guardando dall’alto del secondo piano, che in altezza è nulla rispetto alla Tokyo Tower o alla Tokyo Skytree Tower, la vista è realmente in grado di scombussolarti l’inizio di giornata, tanto da arrivare a farti pensare qualcosa di simile a questo:

Proverò a parlare di me. A presentarmi con parole mie. L’ho fatto tante volte quando ero a scuola. Ognuno di noi a turno doveva mettersi di fronte alla nuova classe e presentarsi. Era una cosa che odiavo. O meglio, piú che odiarla non ne vedevo il senso. Che potevo saperne io di me stesso? Ero proprio io quel personaggio che riuscivo a percepire con la mia coscienza? Proprio come quando uno non riconosce la propria voce incisa su un registratore, mi chiedevo sempre se l’immagine che percepivo di me stesso non fosse un’immagine distorta che mi ero fabbricato su misura (Murakami)

Offerte votive al Meiji Jingu

Pensare a sè, ma farlo per breve tempo: Shibuya è il cross che indirizza verso una meta, e non resta che andarci per davvero, e al passato ci penserà in altre sedi. Tempo di finire la bevanda, scatta il semaforo, e ad attenderci c’è la statua di Hachikō (ハチ公), il cane che per ben dieci anni attese invano il ritorno del padrone alla stazione di Shibuya. In omaggio alla fedeltà incondizionata dell’animale, all’inizio degli anni ’90 venne eretta una statua, intitolata appunto al “cane fedele”. Di seguito, da non perdere è il quartiere Harajuku, situato in un’area limitrofa alla ferrovia, in grado di offrire un’estrema varietà di negozi con diverse personalità, da quelli più “standard” (concetto di standard giapponese= non sobrietà) a quelli più eleganti (nostra “sobrietà”). Se avete bisogno di comprare dei regali, questo è il posto adatto per farlo.

Nei dintorni è situato anche anche il Meiji Jingu (明治神宮), realizzato per la maggior parte in cipresso giapponese. Per arrivare al complesso, sede dell’imperatore e di sua moglie e restaurato dopo la seconda guerra mondiale, occorre percorrere un tratto interamente nel verde in cui, se si ha un po’ di immaginazione, si può fantasticare sulle anime che indisturbate fluttuano come ricordi di chagalliana memoria intorno alle menti estasiate dei turisti. Domandandosi qualcosa con aria circospetta, o semplicemente commentando divertite.

L’immaginazione non ha problemi di costi e preventivi. È libera. Mettiamo da parte ogni preoccupazione piccolo borghese e sogniamo

“Ho la sensazione di essere sempre alla ricerca di qualcosa o di qualcuno” (Your name)

Ad attendere l’arrivo della notte è stata la gioconda Ueno (上野) a farci compagnia, regalandoci un invito di prima classe per un quartiere che scatta non appena si sveglia il tramonto, che in settembre giunge ben prime rispetto a quello di queste ore invernali. Il quartiere, situato nel distretto di Taitō, è stato il luogo notturno che, insieme a Ginza, ha offerto a delle viandanti uno scenario notturno degno d’interesse. Se Ginza, ovvero il quartiere della moda, attrae a sè come un turista in cerca di luce e attrazioni popolose, Ueno è quasi la personificazione di un paradosso: è piena di frastuono ma allo stesso tempo di gente che lì ci va per divertirsi.

Si tratta della versione meno ufficiale di Ginza, peculiare nell’agglomerato di ristoranti estremamente vari tra loro, in un ìa congestione ricca di diversità e allegria. Ecco, parlare di stordimento entusiastico smorzato da una birra non è sbagliato per descrivere Ueno, che immagino come la personificazione di un impiegato di classe che, terminato il lavoro, ufficiosamente impeccabile in Giappone, va a rilassarsi bevendo della birra in un locale qualunque.  Insieme ad amici, colleghi, tutti in camicia e con la cravatta che ancora resiste, ma solo in apparenza, allo sforzo della giornata calante. Non c’è nulla di meglio che perdersi in un mondo dalle tinte rosse, che inizia con un drappo appannato di bianco la mattina e poi, come Icaro, precipita incessantemente nelle ore e nei giri terrestri ormai parzialmente ammaestrati dagli amministratori del Sol Levante, per poi acquietarsi con un birra in mano in un quartiere a luci spente che pone fine alla giornata. Ci si sente come dei forestieri stanchi ma estremamente boriosi di allegria.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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