#Ontheroad, Tokyo途中 – Asakusa e il suo autunno rosso

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“C’è sempre un momento in cui una storia va raccontata, ho insistito. Altrimenti per tutta la vita si resta prigionieri di un segreto”

Legare le proprie memorie a un posto non è cosa rara, tutti noi lo facciamo senza nemmeno rendercene conto. La differenza è che alcuni mettono in atto questo processo più spesso, e soprattutto un posto importante per qualcuno può non rivelarsi tale per un altro. È una questione di chimica, intesa, o di quel qualcosa che il flusso di pensieri, analogamente alla scia di un nastro rosso che si disvela nello spazio, cattura intorno a sé.  Asakusa (浅草, pronuncia corretta Asaxa), insieme a Shinjuku, Akihabara e Shibuya è uno dei quartieri più rinomati di Tokyo, e si trova a est del fiume Sumida.

Il colore lampeggiante è il rosso, perché magenta sono le floride lanterne di carta tondeggiati, capaci di far riecheggiare l’eco antico di alcuni ricordi porcellanosi e allo stesso tempo di integrarlo nella nostakgia vintage che si mimetizza nei tanti stand presenti. Nulla è lasciato al caso, tutto è curato. Asakusa è una strada giapponese rossa, oggi viva più che mai ma sempre fedele alle tinte di ieri, con la Porta del Tuono che con la sua lanterna fiammeggiante (chōchin) è pronta a ingombrare un cielo di settembre ormai quasi blu. 

Non è questo il punto, – dissi. – Non è una questione di «a cosa porterebbe». Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c’è di strano se nel mondo c’è uno che è interessato a capire te? – Come una specie di hobby? – disse Naoko perplessa. – Se vuoi puoi chiamarlo così. Persone meno fantasiose lo chiamerebbero affetto, amicizia. Però se tu vuoi chiamarlo hobby, non c’è niente di male (Haruki Murakami)

Lost in translation è solo un film, ma che piaccia o meno il Giappone è anche quell’intrico di nebbia che ti si crea nella mente quando arrivi a Tokyo e giri per i grattaciali come un gatto sonnambulo, che per quanto si sforzi non riesce a mimetizzarsi adeguatamente. Asakusa è il respiro pitturato in hennè marrone e rosso che accoglie lo straniero e chi è di casa proiettandolo in un piccolo mondo vintage damascato, che nulla ha a che vedere con la sfarzosità mondana che a pochi isolati resta una realtà a sè stante.  C’è uno stacco mentale tra l’estasi per il finto grigio dei grattacieli illuminati da flash lampeggianti e il mondo occidentale cui l’abitudine è affezionata, quindi può capitare che si debba tirare un respiro. Quando si decide di fare questo, paradossalmente ci si accorge che il trip diventa ancora più unico nel connubio tra sfarzo e tecnologico. Si tratta di una vera oasi di stacco, con quell’incredibile varietà di bancarelle una attaccata all’altra in cui si può trovare di tutto: cibo, vestiti, monili e altro. Asakusa è anche un ottimo punto di ristoro, in quanto il miglior ristorante in cui abbia mangiato sushi a Tokyo (non pensate di trovarlo facilmente come in Italia, ovviamente è più buono ma approfittatene quando ne trovate uno!!)

 

Ancora vino,
e il viaggio è finito
Sera d’autunno

Sensoji Temple, 628

Asakusa veste un colore ramato, è leggerezza e insieme eleganza, indossa una maschera odierna di modestia commistionata a puntino con un mondo di forme e leggiadria che appartiene ormai a qualche lanterna fa. Si tratta di un gioco di colori che nonostante tutto resiste nell’aria. Quel giorno il cielo era plumbeo, le stoffe fiammeggiavano ancora di più regalando suggestioni improbabili a viaggiatori occasionali e ai viandanti giapponesi in cerca di qualcosa di specifico. Il Senso-ji Temple attendeva a un tratto, lì dietro un angolo dal 628. Si tratta del tempio più più antico di Tokyo, che si erge possente ai lati del tripudio di negozi e gente: appare all’improvviso come un acquarello rosso e nero, enorme e irridescente, lampante e regale come le grandi opere dall’inizio dei tempi, che resistono al moto di Eraclito e lo trascinano nelle loro bellezze.

Il crepuscolo stava calando su Tokyo, con spruzzi rosati portati dalle nuvole della sera, e nulla c’era da dire, restava solo da ascoltare quelle assonanze gioiose di vita che solo un monumento così può trasmettere, in una magia agrodolce che sapeva di ramen e di freschezza, in una contemplazione frizzantina. Asakusa è in assoluto il mio quartiere prefe rito, quello che mi ha regalato un’esperienza di sublime accoglimento simile a quando si torna a casa dopo tanto. Una sera settembrina che mai dimenticherò, un tripudio estatico di vita, al pari di una donna elegante d’altri tempi che cattura sensualmente l’attenzione dell’amante di oggi per portarselo via con sé nel viaggio verso la notte eterna in arrivo. Quello che sarebbe successo dopo sarebbe stato ancora più magico (la scoperta dei luoghi di Your Name), ma ve lo racconto nel prossimo articolo.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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