I grandi classici – Suspiria, ad ispirare l’horror è la mancanza di solitudine e meditazione, per de Quincey

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Il regista Luca Guadagnino ha detto di essersi liberamente ispirato dal film del 1977 di Dario Argento. Questi, ha detto a suo tempo di aver avuto l’ispirazione iniziale per il suo film da un viaggio fatto nelle capitali magiche europee, ossia Torino, Praga e Lione, nonché da una visita nella scuola steineriana di Basilea. Sta di fatto che l’idea delle tre madri – streghe si trova originariamente in Suspiria de Profundis, breve romanzo dello scrittore inglese Thomas de Quincey, poi abbreviato a livello cinematografico semplicemente in Suspiria.

Un’edizione del libro di de Quincey

La questione delle ispirazioni incrociate lascia un po’ perplessi e fa sorridere, che par quasi di poter parlare di una sorta di sei gradi di ispirazione, e trovar cagione del nostro horror stregonesco anche nel pane, burro e marmellata che mangiavamo da piccoli; d’altronde Garzanti, che ha recentemente edito il brevissimo romanzo (sebbene romanzo in un’accezione alquanto ampia del termine), ha un po’ gigionescamente apposto una fascetta al volumetto con la dicitura Il capolavoro che ha ispirato Luca Guadagnino: il quale peraltro non ha compiuto un vero e proprio remake del Suspiria del 1977, ma piuttosto una sorta di cover, avendo modificato parecchie cose di ambientazione e trama. E sempre garzanti ha a sua volta troncato il titolo facendo scomparire il de profundis.

Ciò premesso, va detto che Thomas de Quincey è autore oggi negletto ingiustamente: anche traduttore, giornalista e saggista, vissuto tra il 1785 ed il 1859, è noto prevalentemente per le Confessioni di un mangiatore d’oppio, volume pubblicato nel 1821, del quale Suspiria de Profundis, del 1845, costituisce la continuazione ideale. In realtà, partendo dalle Confessioni, dobbiamo dire che la parte migliore della porduzione di de Quincey è fortemente autobiografica, incentrata sul percorso artistico e umano dell’autore. Linguaggio colto e struttura sintattica complessa danno ragione di un adeguamento dello stile alla materia, alquanto composita se è vero che si tratta sostanzialmente di divagazioni, considerazioni, aneddoti e informazioni assortite, nel mezzo delle quali trova un gran posto l’oppio.

Thomas de Quincey

In de Quincey, come in innumerevoli casi nella storia della letteratura e della musica di tutti i tempi, la sostanza allucinogena funge da catalizzatore di un livello superiore di coscienza – almeno apparentemente, e la cosa non deve stupire se pensiamo anche soltanto a Sulla cocaina di Freud (o a Lucy in the Sky with diamonds). In realtà, Suspiria de Profundis si colleca al bordo superiore di una letteratura romantica che guarda a Colerdige e Wordsworth, con cui de Quincey aveva un legame di profonda amicizia, mentre il cammino a base di oppiacei verrà ripreso in Francia da Baudelaire e negli Stati Uniti da Edgar Allan Poe, di cui troviamo una traccia nel primo capitolo di Suspiria, con un riferimento al maelstrom.

Ma se da un lato la narrazione (che, ripetiamo, definire romanzesca è quantomeno impreciso) precipita il lettore in sogni e smarrimenti, tra senso di fine imminente e atmosfere decadenti, la presenza della vena horror è alquanto relativa e legata da un lato al senso di decadenza e dall’altro a quello onirico. Quest’ultimo, peraltro, legato alla sovrapposizione di piani temporali che veicolano la tematica della memoria e dello scorrere rapido del tempo.

Un’inquadratura del film del 1977 di Dario Argento

Le tre madri di cui alla trilogia famosa e famigerata di Argento compaiono nel capitolo intitolato Levana e le nostre “signore del dolore”: quello conclusivo, che tratteggia una condizione umana condannata ad un dolore sempiterno. Ma nonostante la presenza interessante della Mater Suspiriorum, Mater Lacrimarum e Mater Tenebrarum, non è a nostro avviso questa la parte più interessante dell’opera. Assai più stupefacente (in un certo senso, è proprio il caso di dirlo) è l’incipit, col capitolo Sognare, sorta di dichiarazione programmatica che oltretutto si rifà esplicitamente alle Confessioni.

Ma non solo di sogni parla l’inizio di Suspiria, e non solo in senso onirico, bensì anche di modernità e solitudine: non in un’accesione negativa, ma come necessità alla meditazione a sua volta necessaria al dispiegarsi alla massima potenzialità dell’intelletto. «Per riconcentrarsi nell’abitudine di meditare, tutte le persone riflessive sentono la necessità di allontanarsi talvolta dalla folla. Nessun uomo che non inserisca, almqno aulche volta, nella sua vita periodi di solitudine potrà mai sviluppare le facoltà del suo intelletto. Quanta la solitudine, altrettanta la forza».

Quasi un’anticipazione dell’aforisma di Sartre, L’inferno sono gli altri: de Quincey, alla metà del diciannovesimo secolo, parla del rallentare il ritmo del progresso o di contrapporvi «forze centrifughe di profonda filosofia contro questo turbine di vita così pericolosamente centripeto verso il vortice di ciò che è esclusivamente materiale».

Tra le altre cose, de Quincey scrive che «il decadere della solitudine… sta diventando un’idea utopistica in Inghilterra»

: fortunato lui, non ha visto l’avvento della sovraesposizione mediatica, dove è solo ciò che appare.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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